Dia 26 – Orgoglio sardo

Mi siedo nella mia stanzetta a fine cena al Caef ed eccomi pronta a descrivere ancora una volta questa giornata che ha un gusto speciale.

Partiamo dal principio: come ogni mattina ci svegliamo anche se oggi la fatica è tanta; mi alzo per prima come quasi ogni giorno e cerco di svegliare le mie due compagne… Mi prendono in giro per la doccia fredda a cui non riesco a rinunciare ogni mattina e dopo parte il loro spettacolino dentro il sacco a pelo: versi da animale e piccolo scambio di letto saltando come canguri… rido come al solito e dico: “voi non siete normali!” ma in realtà amo da morire svegliarmi con la gioia di questo piccolo momento spensierato tra di noi.

La giornata inizia con il momento di preghiera, oggi il tema è l’ospitalità; un tema che qui è forte e che ora mi porta subito a pensare a me e Benedetta a Torres davanti alla porta della casa di A.; la nonna ci accoglie, ci parla e si scusa con noi perché quest’anno non ha potuto invitarci a pranzo come l’anno passato perché il Niño si è portato via tutto: animali, raccolto e ora devono cercare di risollevarsi. Le sue parole mi hanno colpito molto; la loro gratitudine mischiata al dispiacere per non aver potuto condividere con noi quel poco che hanno e che la vita già dura gli ha portato via lasciandoli senza nulla ma con ancora il desiderio di ricominciare e non lasciarsi spazzare via dalla pioggia improvvisa.

Scusate, oggi spazio nel tempo e quindi torniamo alla mattina: colazione con la solita palta e the alla cannella e poi via a lavorare: chi dipinge, chi organizza le ultime attività; chi, come me, si dedica agli ultimi regali per la despedida e poi si butta a riunione con Mary e Judith. La mattina scivola via in batter d’occhio tra le storie dei bambini raccontate da chi vive con loro tutti i giorni e subito ci troviamo nel comedor a distribuire i regali dei padrini che dall’Italia hanno inviato e le lettere di alcuni di noi. Io personalmente ho voluto dire grazie ad A. per avermi insegnato che sempre si può cambiare se lo si desidera. Noto in lui una grande commozione che non riesce ad esprimermi a parole ma che si intravede negli occhi lucidi che dirige verso il basso per non dover incrociare i miei.

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Subito dopo partiamo alla volta di Torres: armati di torta, patatine e coca-cola per festeggiare il compleanno di A.

Caccia al bambino e subito pronti di nuovo tutti in cerchio; Tonino legge un ringraziamento per il lavoro svolto ed ecco che inizia ad insinuarsi in me un sentimento di orgoglio che mi accompagnerà tutta la giornata. La festa ha inizio: A. visibilmente emozionata, i bambini felici e via tutti alla canchita che si tinge di arancione sugli spalti per i bambini che indossano le nostre magliette e gridano a gran voce: “ita-lia-nos ita-lia-nos”… Selfie, baci e risate sono gli ingredienti di un pomeriggio sereno che si conclude nell’ultima corsa in moto-taxi e i miei occhi catturati dalla sua ombra sul campo e all’orizzonte Torres: un luogo di terra e fango ma per me magico. Trascorro il tragitto a guardare fuori con il vento in faccia e penso a tutte le corse fatte con Marco (Trog) e alle emozioni condivise con lui in quel luogo.

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Arriviamo al Caef e troviamo i bimbi fra le braccia degli altri volontari; si avverte un’aria frizzante dovuta all’attesa per la despedida. Le 19 arrivano in men che non si dica ed eccoci tutti all’ingresso. I divani ci accolgono e davanti a noi Judith ad aspettarci seduta accanto ad un tavolo ricoperto di regali. E’ serena e disinvolta; inizia a parlare a braccio di quanto questo mese sia stato bello, ricco di emozioni e per la prima volta la vedo estremamente tranquilla, sorride ed è piena di gioia.

Quest’anno la festa inizia alla rovescia: la prima ad essere chiamata Kikki, le parole di una madre ad una figlia sono semplici ma cariche di amore. Si passa subito alla seconda chiamata: mi trovo davanti a Judith che mi guarda talmente in profondità che mi sembra di essere nuda davanti a tutti. Inizia a guardarmi e piena di orgoglio mi dice: “ la parte più difficile è essere un leader… perché molte volte veniamo giudicati, non siamo capiti e a volte criticati… non ci sono parole per ringraziarti per quello che tu sei, per quello che è la tua vita, la tua professione, per quello che significhi per noi… Speriamo che la tua più grande ricompensa sia l’amore e l’affetto che abbiamo noi personale del Caef… Speriamo che il ritorno a casa ti dia le risposte di cui hai bisogno e la forza per andare avanti..”

Poi mi mostra una targa; è un riconoscimento speciale per questi 8 anni… Il mio cervello si disconnette e scoppio in un pianto a dirotto che è un misto di orgoglio, riconoscimento e amore verso un luogo che mi ha cambiata tanto e mi ha aiutata a crescere. L’emozione viene arginata dall’abbraccio di Judith che mi sussurra all’orecchio “te quiero” e dai volontari che applaudono e gridano a gran voce il mio nome. In un campo dove spesso mi son sentita lontana da questo gruppo, ha assunto un valore ancora più speciale sentire all’unisono il mio nome.

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Continua il discorso di Judith, ha una parola speciale per ognuno di noi; come ogni anno notiamo l’occhio attento di chi ci ha seguito per un mese intero, mi piace vedere negli occhi dei volontari lo stupore e la gioia di sentirsi riconosciuti nel lavoro ma soprattutto nelle emozioni vissute con i bambini e con loro.  Ma perdonatemi se stasera do uno spazio più grande solo ad alcuni di loro; ma gli occhi di Onofrio commossi per essere riuscito a trasmettere il suo essere un uomo positivo in un luogo in cui le donne prevalgono mi hanno emozionata, così come sentire Judith definire Don Pedro un papà complice, giocoso, amico di cui non dimenticheranno mai la bellissima voce mentre suona e canta “eso que soy, esto te doy”. È il turno delle parole per Sandra, il suo modo di essere una professionista in mezzo ai bambini ruba il cuore di Judith: “molte volte crediamo che gli psicologi debbano stare in una scrivania, oggi abbiamo conosciuto una persona capace di giocare, pulire, ridere, ballare, competere e condividere senza paura nè pretese. Grazie di tutto…” e un grazie voglio dirglielo pure io, per essersi buttata alla sua età in questa esperienza con un gruppo di giovani, senza conoscere la lingua, in un mondo così difficile, non è da tutti ed è stata un esempio per molti di noi nostante le difficoltà incontrate! 

E poi mi trovo ad emozionarmi tantissimo nel vedere Marilisa in piedi, scalza, in tutta la sua dolcezza piangere nel vedersi riconoscere la grande crescita che ha avuto in questi tre anni di campi, nel condividere il suo amore per Jacopo con Judith e con tutti quelli che fanno parte di questa storia. Le sue lacrime di gioia e di tenerezza ci contagiano e ci fanno sentire la presenza di Tacopo che Judith chiama “mi hijado”!

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E poi è il turno di Giulia; Judith smette di leggere, la guarda e le dice che è stata la prima volta in tutti questi anni che il primo giorno un volontario ha dichiarato tutta la sua fragilità. Judith è emozionata, dalla sua voce trapela una grande stima e ammette di non riuscire ad andare avanti e riprende a leggere: “All’inizio ti osservavamo da lontano… e abbiamo visto una serietà che metteva paura avvicinarsi… sono passati minuti, giorni e abbiamo visto la bellezza del tuo cuore… sei dolce, empatica, forte, amica, sensibile, tenera, divertente, creativa, critica, protettiva, razionale, appassionata, perseverante…. e mille cose ancora… però vogliamo dirti solo una cosa… SEI LA NOSTRA VOLONTARIA DELL’ANNO!”

Scoppia l’applauso, io ovviamente scoppio in lacrime… finalmente la bandiera sarda può uscire fuori da sotto la felpa. Piango a dirotto, sono talmente emozionata e orgogliosa che il mio cuore scoppia di felicità. Giulia è incredula, le sue lacrime costanti in questo campo, scendono a dar contorno ad un sorriso che esprime tanta gioia per essere stata capita. E io mi sento profondamente orgogliosa di una persona che conosco fin da piccola, che ho visto crescere in tutte le sue fragilità che spesso sono state anche le mie. Immagino la sua emozione che in parte avevo condiviso qualche attimo prima… ed è quello che poi dico durante la condivisione serale: “sono orgogliosa di Giulia perché so quanta strada ha fatto per essere qui oggi e il suo premio è un po’ il riconoscimento di tante fatiche e difficoltà, nonostante tutti noi conosciamo il suo grande valore”.

Judith spera che le emozioni siano finite ed invece la fermiamo perché abbiamo una sorpresa per lei: alcuni regali dal gruppo come il nostro album di figurine CDPpini costruito durante il week-end di formazione e poi una storia scritta da me e che desidero leggere a lei e a tutte le persone del Caef: “Oggi al Caef è arrivata Lara”. E’ la storia di una bambina che arriva al Caef e racconta com’è l’incontro con questa casa, con i bambini, i volontari e tutti quelli che appartengono a questa realtà. E’ la storia di una volontaria e dei suoi 8 anni trascorsi a conoscere e ad amare questo luogo. E’ la storia di una donna che trova qui il suo compito: quello di accogliere questi bambini, rispettare le loro storie e cercare di farli tornare bambini per riappropriarsi della loro storia.

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Le emozioni sono tante e concludiamo la giornata con una cena allegra, serena, con gli occhi dei bambini che ci guardano curiosi di sapere cosa sia avvenuto in quel salone. C’è il momento delle foto, con orgoglio fatte con la bandiera dei 4 mori, c’è quello del sublime gentilmente offerto da don Pedro e c’è il momento della condivisione.

Ora è il momento del silenzio per me; per rivivere questa giornata, per gustarmi le emozioni vissute e per sentire dentro tutto l’amore che queste persone e questo paese è capace di darmi. E’ il momento di sentire solamente l’abbraccio forte di O. prima di uscire dalla porta mentre mi dice “non ti ho mai visto piangere in questo modo”; poi, di nuovo silenzio per poter assaporare la forza delle sue braccia e sentirsi avvolta in un amore che solo una famiglia è capace di donarti.

Titti

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Dia 25 – That’s the power of love!

Mi chiamo Maria Teresa (Mity per tutti) e ho 51 anni. Dico la mia età perché qui nella casa sento di avere un ruolo particolare: sono per alcuni un pò mamma, ma per i più sono anche quella che beve il Pisco e poi, non reggendo bene l’alcol, ride tutto il giorno.  Sono giunta in Perù con la voglia di sbracciarmi ma anche di riscoprire me stessa lontana dai rumori della vita ordinaria.

E’ così che è accaduto, a me come anche agli altri miei compagni di avventura con i quali ho condiviso gioie e lacrime, desideri e motivazioni. Come tanti piccoli Ulisse navighiamo nel mediterraneo delle nostre emozioni; come pellegrini stiamo nel mondo alla ricerca della Luce vera che illumini il nostro cammino.

Siamo ormai quasi alla fine del nostro Viaggio. due giorni alla partenza, ovvero 72 ore, 70 .. come ogni giorno Tonino ricorda a Iopanda anche per scotomizzare l’ansia da separazione, ma tutti siamo consapevoli che, come sempre, non è mai una fine se si lavora per qualcosa di bello che non potrà mai terminare.

Oggi la nostra giornata ha avuto il sapore della spensieratezza. E’ la nostra giornata di “riposo” per cui ognuno può scegliere cosa fare: restare a casa a riposare, andare a Otuzco, restare a terminare il murales dei Bimbi Sperduti, attendere il pomeriggio, sperando che il cielo si riapra e faccia capolino il sole magari per andare a Huanchaco o fare il bucato.

Tutto avviene senza intoppi. Saltata purtroppo la quotidiana condivisione mattutina che apre le nostre giornate e che suscita riflessioni che ci accompagnano per tutto il giorno, ognuno segue il proprio programma che ha condiviso la sera prima con alcuni.

Ho sempre fatto lavori di gruppo, ma credetemi, l’intesa, la tolleranza reciproca, il rispetto dell’altro e soprattutto la gratuità che accompagna questo gruppo mi fanno dire che  questa è una delle esperienze più belle che abbia mai fatto.

Ciò che questi ragazzi, che hanno la metà dei miei anni,  hanno saputo dare e darmi è davvero notevole e per questo li porterò nel mio cuore.

Il mio gruppetto, siamo 13, parte alle 8.00 alla volta di Otuzco, un piccolo paesino pre-andino per raggiungere il quale impieghiamo quasi due ore. Il viaggio, come sempre, ci accompagna catarticamente alla meta. il paesaggio è decisamente affascinante e all’arrivo ci sembra di essere in un presepe peruviano. I più camminano, le donne in particolare, con cappelli peruviani, un lunga treccia e visi marcatamente segnati dal sole, dalla fatica di vivere, dagli stenti della povertà.

Assaggiamo prodotti dolciari (sperando di non stare male!!) che per i più risultano abbastanza buoni; poi visita del Santuario della Virgen de la Puerta.

Alcuni partecipano alla messa al termine della quale assistiamo alla benedizione ai pellegrini. In realtà siamo quasi inondati da un “frocione” di acqua che strappa qualche sorriso.

Restiamo incantati da questi modi di esprimere la propria fede da parte di pellegrini. Richiama l’attenzione una famiglia (un marito, la sua esposa e la loro hija) che ha percorso chilometri di strada in pellegrinaggio, e tre pellegrini che ne hanno percorsi già 2000 prima di arrivare a Otuzco e che ancora dovranno proseguire il loro cammino.

All’uscita dal santuario troviamo alcuni amici che entusiasti ci accolgono condividendo la notizia che alcuni di loro hanno trovato dei llama. Già, perché in effetti alcuni di noi hanno smosso tutto il paesino alla ricerca di llama e alpaca riuscendo poi nell’impresa: esistono due esemplari un pò fuori dal paese. Solo la disponibilità di chica, sinceramente felice di condividere con noi la scoperta degli animali andini, consente anche a noi che ci eravamo attardati al santuario, di scattare qualche selfie con questi fantastici esemplari.. sperando che non ci sputassero addosso!! La barba di Pedro attira il lama che forse la vorrebbe brucare ma ciò gli consente di scattare foto con l’alpaca a distanza molto ravvicinata.

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Un breve pasto anche con gli altri alcuni dei quali si avventurano a mangiare del formaggio (speriamo bene!!!!), di nuovo due ore di strada che ci consentono di dormire o di riflettere ancora sul senso di ciò che stiamo vivendo e di nuovo torniamo a quella che tutti chiamiamo, senza troppo pensarci, CASA!!

E già, perché è cosi che grazie al calore dei bambini, di Judith e degli altri viviamo oramai la Casa de Tuty: è senza dubbio la nostra casa peruviana!!

A casa ci attendono i sorrisi dei bambini che accolgono i Profe e Profesora ( cioè noi ), gli altri nostri compagni di viaggio ed i murales già realizzati da chi è rimasto.

Scopriamo che anche quelli che sono rimasti a CASA hanno comunque poi optato nel pomeriggio per Huanchaco, tra chicharones e ceviche.

La giornata ha per tutti il sapore della rilassatezza e del ritmo peruviano. Siamo soddisfatti, pronti ad una megamaratona (quasi 5 ore) di condivisione. è l’ultima, per cui ha un sapore un po malinconico, perchè gia alcuni sentono la pesantezza della separazione.

Padrecito, un vero mago nel condurre i gruppi, indica le regole dell’ultima condivisione: è la “Poltrona FRAU” .

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A turno una persona sceglie un’altra persona che gli farà da poltrona alla quale racconterà:

  • cosa gli ha dato questa esperienza (la casa, i bambini, il gruppo)
  • cosa si porta a casa
  • cosa ha scoperto di sé

La poltrona ridefinisce e rimanda il proprio vissuto. Ognuno nel proprio stile condivide le proprie emozioni i propri propositi ciò che ha imparato, tutti concordano su un punto: questo gruppo è stato davvero fantastico, l’atmosfera che ha accompagnato questa esperienza è stata sempre, e dico sempre, rilassata. Ognuno ha contribuito, dando ciò che poteva/voleva (anche quando la stanchezza avrebbe potuto dare spazio ad attriti) alla nostra Missione.

Già, perché di missione si tratta, che non finisce qui, ma anzi inizia, ad opera di chi ha scelto di partire dagli ultimi, dall’altra parte del mondo per reinventarsi, riscoprirsi, e per ripartire ancora più carichi per affrontare le difficoltà quotidiane.

Tutto appare con una luce diversa, in cui l’amore, ma quello vero, fatto di rispetto, donazione gratuita e condivisione di valori veri, fa si che persone diverse, provenienti da più parti d’Italia, si integrino in un progetto d’amore che porteranno a casa, insieme ai sorrisi di quei bimbi che, nonostante i loro dolori, ci mostrano quanto siano in grado di dire grazie col cuore a chi ha deciso di trascorrere le proprie ferie con loro.

That’s the power of love!!!

La spaghettata finale preparata amorevolmente dai nostri capi (Titti, Kikki, Marilisa e da chi ha contribuito) ha il sapore della chiusura dolce, tutta italiana, di un momento forte che ci porteremo sempre nel cuore.

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Grazie a tutti, in particolare a Titti, Kikki, Mari ed Ale e a chi dietro le quinte ha coordinato amabilmente e professionalmente questo campo che ognuno di noi si porterà nel cuore.

Mity

Dia 24 – emozioni rincontrate

Eccomi qui, ancora assonnata a provare a raccontare questa mia giornata che è durata più del previsto, o forse quella di ieri che ancora non è finita.

Sono Francesca, Kikki per tutti, anche qui, anche se ultimamente i bambini cercano di storpiare il mio nome in Quiqui visto la pronuncia spagnola; questo è il mio 11° anno in Perù e sono ufficialmente la più anziana del gruppo nonostante la “giovane” età.

Come accennavo la mia domenica è durata un po’ più del normale, sabato poco dopo pranzo mi sono sentita chiamare nell’ufficio del Caef dove Maria José doveva risolvere un problema, “Kikita, Julisa hoy no piede venir, tiene problemas de salud y està en el hospital… justo cuando ella tenia turno de noche, como puedo hacer? serà que lo puedo encargar a ustedes?”.

Eccolo arrivato, il primo vero imprevisto dell’anno per me: un turno di notte da coprire con 19 mostriciattoli che di notte hanno bisogno del doppio delle attenzioni.

Immediatamente nella mia testa di contrappongono due forti sentimenti, penso alla mia salute e a quanto possa influire una notte in bianco sull’andamento del campo e sulle mie responsabilità verso il gruppo ma penso anche al casino organizzativo e a quanto sia difficile per loro fare cambi di turno improvvisi, e poi all’improvviso mi balenano in testa le notti fatte nel lontano 2012, durante il mio mese da sola al Caef, e di come osservarli dormire e prendermi cura di loro durante le ore notturne mi facesse riconciliare con loro dopo tutte le monellerie della giornata.

Senza neanche volerlo mi rendo conto di aver già risposto a Mari e di aver già accettato l’incarico. Passo così il pomeriggio del sabato cercando di riposarmi buttandomi quindi sulla pittura dei bimbi sperduti ridisegnati da Ludo nel patio per cercare di continuare almeno in parte la tradizione di famiglia.

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In un attimo sono le 18, inizia i turno!

Mi guardo intorno e noto come io sia da sola nella casa, con i 19 bambini e l’educatrice uscente senza l’ombra di italiani, mi ero talmente tanto isolata con la pittura che nemmeno me ne ero resa conto.

Raggiungo i bambini che dopo essersi docciati sono tutti buoni a guardare la televisione e quindi con l’aiuto di M. decidiamo di rendere un po più speciale la visione del film dei Puffi facendo i popcorn! dopo 5 minuti mi ritrovo con una vasca di popcorn e tutti i ragazzini addosso e subito ringrazio di aver preso questa scelta; un piccolo momento per me da passare con i bambini, io che per via delle riunioni e dell’organizzazione del gruppo con loro non riesco mai a  passare più dei 30 minuti dei pasti.

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Ecco che dopo 40 minuti di tranquillità con i niños torna il gruppo e ovviamente si sciolgono le righe e i bambini tornano a correre come forsennati nel patio, a ridere, gridare e bisticciare per ricevere due attenzioni in più. Mi immedesimo immediatamente negli educatori del centro, di quanto la nostra presenza per loro sia di sicuro un aiuto durante agosto ma anche un carico doppio per il lavoro da fare a settembre, cercando di rieducarli tutti.

Passano le ore e dopo cena inizio a mettere a letto i bambini più piccoli lasciando i più grandicelli ancora davanti alla tv… d’altronde è sabato!

Mi ritrovo così come ai vecchi tempi seduta sul letto con 3 nanerottoli già mezzi addormentati mentre leggo la storia della buonanotte tra sbadigli loro e miei.

Messi a letto loro ne richiamo altri cinque e via via finche non sono tutti sotto le coperte rimanendo a chiacchierare con le tre ragazze più grandi, raccontandoci qualcosa in più delle nostre storie, dei loro sentimenti e delle loro emozioni; il clima di confidenza è bellissimo, illuminate dalla poca luce che passa dalle finestre che ci fa andare avanti a parlare di sogni e aspirazioni per un bel po, finché anche loro non danno segni di cedimento e quindi.. BUONANOTTE!

Raggiungo allora il gruppo con un occhio ma soprattutto un orecchio sempre all’erta per le stanze del piano di sopra; e poi iniziano le sveglie a farmi compagnia, quelle per controllare che vada tutto bene, quelle per svegliare i bambini per farli andare in bagno, e tra una sveglia e l’altra matematicamente si sveglia I., il più piccolo della banda, di solo 6 mesi.

Arrivo al mattino avendo chiuso gli occhi per circa 40-50 minuti in tutto, avendo riassaporato la bellezza della stanchezza dovuta dal lavoro per loro.

Richiudo un attimo gli occhi e.. suona il campanello.. guardo l’ora, 7.05!!! CARAMBA!!! volo ad aprire e subito dopo ricorro di sopra per iniziare a svegliare i pupi; alle 9 c’è la messa e poi c’è il Dia de la Familia!

Appena li vedo lì che dormono come angioletti non ho il coraggio di svegliarli e quindi rimango a scherzare con J.E. che è già in piedi e con I. che si rotola nel letto cercando un equilibrio.

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Alle 7.30 sono tutti svegli e si inizia a scendere a far colazione quando magicamente compare Carmen che mi da il 5 ed entra in turno.

Ce l’ho fatta a sopravvivere anche questa volta, anche se.. pure oggi niente luce, e quindi niente acqua per manutenzione in tutta Trujillo, moooooolto bene!

Finita la colazione con i bambini mi concedo il lusso di riposare un’altra mezzora, durante la messa, anche se l’energia sprigionata dai canti dal piano di sotto non mi fanno dormire, come si fa a voler essere in due posti contemporaneamente?! vabbeh, continuo a godermi la messa dal mio letto.

A fine messa decido che è ora di scendere, di farmi un caffè e con aria stanca cerco di capire cosa c’è da fare e cosa manca da impacchettare e portare al campo dove si terrà una giornata di giochi e condivisione tra i piccoli abitanti della casa, i volontari, amici, ex bambini ed educatori del Caef, quando improvvisamente i miei occhi si incrociano con quelli di una ragazza, alta quanto me, vestita a festa per l’occasione, con quello sguardo furbo che non ha mai perso e al sentirle pronunciare “Kikki” il mio cuore fa un balzo, Evelyn da bambina che era si è fatta donna, 20 anni ormai e 7 circa che non la vedevo, mi sembra impossibile che non sia cambiata proprio nulla, sia fisicamente che di carattere è rimasta la stessa ragazza vivace e casinista che ho conosciuto tra le mura di questa casa.

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Subito dopo scorgo nel patio un uomo e nella mente rivedo il ragazzo che era mentre rideva e giocava in quello stesso patio che all’epoca aveva tutt’altra forma.

Mi viene incontro e mi abbraccia come se non ci fossimo mai lasciati, trasmettendomi tutta la gratitudine per questo posto e per gli insegnamenti ricevuti qui.

Marlon ormai ha 27 anni, lavora, ha una relazione stabile e una bambina che ama da morire tanto che mentre ne parla gli brillano gli occhi, insomma, non avrei potuto augurargli di meglio.

Con lui anche altri ragazzi ex Caef: Rubenson, Roxana, Aldo; ad accomunarli la serenità in volto e la gioia di ritrovarsi qui dopo anni.

Iniziano i giochi, ci si divide in squadra e ad ogni incrocio di sguardi ritrovo la complicità con i vecchi bambini del Caef che c’era anni fa, li osservo e mi compiaccio della loro crescita, di come usciti da qui si siano costruiti una vita vera, facendo crescere i valori e gli ideali imparati nel centro e rendendoli pilastri della loro esistenza.

Tra una rosicata di Tonino e un’altra continuano i giochi, Tonino perde anche contro i ragazzini e continua a rosicare e così avanti tutta la giornata.

Durante la partita di calcio mi impongo a volere una foto con i bambini di un tempo e solo allora i volontari nuovi si rendono conto che quei ragazzi che stavano correndo, giocando e ridendo hanno avuto un’infanzia difficile, problematica e dura, che sono passati dal centro e che oggi invece sono qui con noi, come noi, anzi, sono i più leali e scaltri, i più attenti ai più piccoli e a far giocare tutti; insomma, si riconosce la “scuola Caef” anche in questo.

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Finita la partita di calcio ci riavviamo verso casa, un tramonto rosso fuoco ci accompagna scaldando i nostri cuori e sigillando dentro di me tutte le emozioni e i bei ricordi di campi e bambini passati.

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Torniamo a casa giusto in tempo per fare un ultimo Crocodile e salutare come si deve Simo prima che scappi a prendere il volo per Haiti, ritrovandoci a ridere con le lacrime agli occhi sulle scale esterne della casa per poi fare una catena di abbracci e saluti.

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Il resto della serata passa tranquilla, la condivisione sulla giornata trascorsa per poi lasciar uscire a cena tutto il gruppo e rimanere a casa in pochi come almeno una volta durante il campo bisogna fare.

Rimaniamo a casa io, Titti, Mari e Benni, come da tradizione, e come da tradizione ci viziamo inventando una cena un po fuori dal normale che ci coccoli facendoci sentire il giusto sapore di italia; a questo giro tocca alle bruschette con tanto di olio d’oliva e basilico; Non potevo sperare niente di meglio per cullarmi nel sonno…

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Kikki

Dia 23 – Stessa storia, stesso posto… stesse emozioni

Eccoci qua sabato 26 agosto, circa un anno dopo, i volontari da nazionale ritornano a scrivere er blog della giornata.

Iniziamo, al solito, con la sveglia sempre più difficoltosa delle 7.25 per essere puntuali alle 7.30 in “cappella”, ma i pensieri dei maschi sono gia rivolti alle 17 del pomeriggio….

Dopo la preghiera il solito momento conviviale della colazione in cucina, ma tutto ad un tratto i volontari vengono scossi della notizia inaspettata…” rega non ce sta nè luce nè acqua, siamo nella merda, non se sa quando arriverà il tecnico” e subito nelle teste dei ragazzi iniziano a balenare idee strampalate di hotel o qualsiasi posto possa offrire una doccia e un bagno accogliente.

Oggi è la giornata dello spettacolo finale di Torres, l’aria è elettrica e frizzante, da derby.

Dopo aver controllato tutto il materiale il gruppo esce di casa con il solito “ sube sube baja baja” che accompagna il viaggio in combi e mototaxi. Quest anno il tema delle attività di Torres è stato incentrato su alcune vicende del libro del Piccolo principe, in particolare l’incontro con la volpe, la rosa e il vanitoso.

Il nostro arrivo è stato accolto dai sorrisi dei bambini già presenti e con i copioni in mano pronti per cominciare lo spettacolo.

Nei loro volti si percepisce emozione e agitazione, “ forse per la prima volta in questo mese” e la voglia di non deludere e di non sfigurare agli occhi di tutti noi e Judith. Dopo un’interminabile attesa in tipico stile peruviano, si intravede in lontananza il taxi bianco che accompagna la direttrice del CAEF ……” ao rega finalmente è arrivata, se po inizià”.

Le ansie dei volontari organizzatori scompaiono non appena viene calato il sipario bianco ( un normalissimo telo bianco, zozzo di non si sa che cosa “preso in prestito” al CAEF), si inizia….

E in men che non si dica lo spettacolo fila liscio come l’olio, i ragazzi recitano la propria parte in modo impeccabile sotto i consigli del profe ONO…… “ io davanti ai miei padreS, non vorrei mai fare una figura deS mierdaS “.

Le bambine, dirette orchestralmente dalla profe Ludo e dalla profe Martina sfoggiano balletti che manco la Canalis se li sogna, in pieno stile veline.

Dopo esserci dimenticati lo scatolone con i materiali per le attività, detto altresì “ la gioia”, nel comedor di Torres siamo ritornati all’ovile.

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Abbiamo celebrato dopo pranzo i 20 anni del caef con una torta gigante e un discorso denso di ricordi ed emozioni da parte di Judith…. Poi sorrisi allegria, gioia e un pizzico di malinconia hanno accompagnato il taglio della torta e la piccola festa come coronamento e chiusura della celebrazione svoltasi in pompa magna la sera precedente.

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Successivamente la stanchezza della mattinata si è fatta sentire…. È il momento giusto per ricaricare le batterie per il grande evento e per il resto della giornata.

PERU-ITALIA

H 16.30… il cuore palpita, la tensione sale, gli sguardi tra i calciatori che tra poco scenderanno in campo sono un mix di paura e voglia di vincere….. Risuonano le parole del profe Tonino “ a rega se perdermo non posso tornà in italia”.

H 17.00 dopo la non facile ricerca di un ago per gonfiare il pallone ci siamo, si scende in campo.

H 17.15 fischio d’inizio, terreno in ottime condizione, erba appena tagliata. Una leggera brezza e cielo nuvoloso….insomma ci sono tutte le carte in regole per un grande match.

Formazione titolare                          schema 321….. il classico albero di natale

Giuseppe Marletta Portiere

Onofrio Formisano difensore centrale

Alessandro Viano “ er padrecito” terzino

Simone biffi centrocampista centrale

Francesco Cesa ala sinistra

Paolo Rodolico ala destra

Antonio Miniagio centravanti

 

L’inizio del match vede la formazione peruviana, costituita da un gruppo di giovani ragazzi, tentare più volte di sfondare la retroguardia italiana. Ma il solito catenaccio difensivo regge alla grande comandato magistralmente dal Materazzi sardo, ONO, e dagli ottimi e inaspettati interventi del nostro portierone Ciuse.

L’iniziale equilibrio viene subito spezzato da un’ottima azione corale coronata dal destro al fulmicotone del nostro Paolino.

Dopo il primo gol è un monologo della squadra italiana, in totale controllo del match con recuperi difensivi e ripartenze improvvise che spezzano le gambe e l’animo avversario. Ed ecco il secondo gol firmato dal Fra che con una galoppata delle sue a tutta fascia lascia sul posto 3 avversari e spiazza con un destro rasoterra il portiere avversario. Il terzo gol è colpo di genio del profe Simo che con la coda dell’occhio vede il portiere un po’ troppo fuori dal pali e lo beffa con un pallonetto sotto la traversa.

L’azione successiva parte come al solito dai piedi di Simo che illumina con un lancio Tonino che stoppa la palla, la mette giu e la piazza con un destro a giro da posizione defilata a fil di palo e mezza altezza.

Quattro a zero.

La partita prende un piega ben precisa in favore dell’Italia.

La formazione peruviana sembra totalmente in balia del giropalla italiano e della compattezza difensiva; ma improvvisamente “l’arbitro” fischia un calcio di rigore totalmente inesistente per gli avversari, a nulla servono le proteste, quasi da cartellino amarillo, dell’imbufalito ONO. Siamo 4-1.

La partita scorre velocemente e a senso unico; le scorribande di Francesco sulla fascia sinistra, gli inserimenti di Paolino sulla destra e gli ottimi recuperi con cambi di gioco del padrecito permettono alla formazione italiana di aumentare il suo vantaggio fino all’arrivo delle nostre sostenitrici che hanno ringalluzzito i peruviani ma comunque non c’è stata storia.

RISULTATO FINALE 4-9

Pagelle della domenica

Ciuse voto 7.5 “ spiderman” neutralizza con efficacia i timidi tentativi peruviani. Con 3 ottimi interventi e una serie infinita di urlate al pacchetto difensivo porta a casa un voto alto. Saracinesca

Padrecito voto 7 “tuttocampista” reduce da un infortunio alla schiena inizia un po’ in sordina nel  ruolo si difensore ma con ardore e sacrificio si propone sulla mediana illuminando il gioco con le sue gambe bianco leche. La mente

Francesco 8.5* “il cavallo di trujillo” l’incubo della catena di destra peruviana. Corre corre corre si sbatte e si rialza, macina kilometri su kilometri, dimenticandosi qualche volta la palla. Autore di una doppietta è lui il migliore in campo quest’oggi. Onnipresente

Onofrio 8 “ il pilastro sardo”. Guida e comanda la difesa con il carisma del veterano, non tira mai indietro la gamba e si fa sentire dando la carica ai compagni nei rari momenti di difficoltà.

Granitico

Paolino 7.5 “ la freccia di palermo”. È la spina nel fianco della retroguardia peruviana. Corre un sacco, manco avesse 3 polmoni, sempre propositivo con i compagni e ottimo in fase realizzativa con una doppietta di pregevole fattura. Duracell

Simo: 8 “ la cabina di regia”. Dai suoi piedi partono quasi tutte le azioni dei gol. Instancabile motorino del centrocampo, delizia il pubblico con lanci e passaggi con il contagocce per il centravanti. Sublime

Tonino 7,5 “ er bomber”. 1,2,3,4 con un poker si porta a casa il pallone e la standing ovation dal “numerosissimo” pubblico. Nonostante i problemi alla caviglia sinistra lotta e combatte per la squadra fornendo assist da falso 9 e insaccando un gol di interno destro sotto l’incrocio ricordando per un attimo Del piero. Efficace

Tornati al caef stanchi ma soddisfatti è momento delle docce, fredde, e della cena dei campioni:

zuppetta di pollo accompagnata da spaghetti scotti.

Successivamente dopo aver limpiato decine e decine di scodelle, bicchieri e anche i cessi è arrivato il momento della condivisione finale per questa sera incentrata sul profe Simone che domani lascerà il Peru alla volta di Haiti prima di ritornare finalmente alla madre patria il 2 settembre.

H1.15

Siamo rimasti solo noi due in piedi in piena notte, stanchi morti ma con il sorriso in bocca a scrivere al pc

Dopo tanti blog belli, intensi, commoventi, strappalacrime, avvolgenti, teneri, riflessivi abbiamo deciso di raccontarvi a modo nostro questa dia pieno di emozioni e risate, sperando che vi abbia appassionato.

I volontari da nazionale

Antonio & Simone

p.s. All’anno prossimo??? chissà…..intanto vi auguriamo buona notte.

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Dia 22 – Feliz cumple CAEF: 20 años de amor

Hola con todos! Sono Marilisa, ho 22 anni, vengo da Cagliari e sono qui al CAEF per la terza volta. Vi racconterò l’intensa giornata di venerdì.

Oggi per alcuni di noi la sveglia suona alle 6.40. Scatto giù dal letto, mi lavo la faccia e corro verso la camera delle ragazze che trovo vuota. Dopo un attimo di tristezza, scorgo la famosa valigia rossa di Giorgia nel patio e sento delle risate provenire dalla cucina. Attorno a “Giò – Yo soy de Roma” che mangia i suoi 3 pan de cada dia alla palta, si è radunato un gruppetto di affezionati. Nonostante la malinconia, Giorgia ci fa ridere fino all’ultimo minuto trascorso nella casa. Alle 7 e 10 il campanello polifonico della casa interrompe il nostro momento di intima ilarità e siamo costretti ad accompagnarla al taxi diretto all’aeroporto. Y., la peste della casa che necessita una marcatura a uomo, si fa spazio tra di noi con tenerezza per darle un ultimo abbraccio.

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La giornata prosegue anche oggi con i lavori manuali. Con l’aiuto dei ragazzi più grandi della casa, dipingiamo il corridoio di giallo ocra. Anche Y. trovo il suo ruolo e con un pennello sottile dipinge con precisione la sua parte. Beni lo osserva con un sguardo tra il soddisfatto e il disperato per aver scoperto solo oggi un attività che lo tiene concentrato e quieto così a lungo.

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Il tempo scorre ancora più veloce quando siamo impegnati nei lavori manuali e arriva presto l’ora di andare a prendere i bambini a scuola. Io, Giulia, Onofrio e Beatriz ci sediamo ad aspettarli nel gradino all’ingresso e chiacchieriamo riscaldati dal sole. Mi incanto a guardare l’immagine di Aiapaec, la più importante divinità Moche, rappresentato sul muro della scuola. Sorrido e penso a tutte le volte in cui mi sono incantata a guardarlo.

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Per prima arriva A. si siede affianco a me e mi chiede di afferrare l’estremità dei fili rosso neri (ahimè) che ha scelto per fare un bracciale che  mi lega al polso dopo circa dieci minuti di lavoro. Pian piano arrivano i bambini dalle altre classi, ci presentano i loro compagni e ci raccontano la loro mattinata. M., si ferma a discutere con una sua compagna, proviamo a capire cosa sia successo per porre pace tra le due ma proprio M. decide di avere l’ultima parola “è l’ultima volta che te lo dico, se lo rifai lo dico a Mami Tuty”.  Rivela in poche parole il rapporto che lega i bambini e Judith, la loro mamma, ma anche il profondo rispetto che nutrono in Campina per la forte figura della directora. Tornati a casa, durante un breve momento di attesa del pranzo, chiamiamo Giorgia per farle un po’ di compagnia nelle 12 ore di scalo a Lima e per placare un po’ la nostra nostalgia.

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Dopo pranzo riprendiamo a lavorare e Ludo abbozza i bambini sperduti di Peter Pan sulla parete della cucina (Judith si è arrabbiata molto per la demolizioni dei bambini sperduti di Marti). Il CAEF grandi chiude le attività con una valutazione dei bambini sul lavoro svolto durante il mese e ottengono molto successo la creazione dell’orto, degli strumenti musicali e delle borse “la Goffa”, tutte attività pratiche pensate come possibili strade per il loro futuro.

Verso le 5 quando stiamo per staccare per ripulirci dalla vernice e dai pezzi di intonaco, ci rendiamo conto che mancano l’acqua e l’elettricità e entriamo nel panico. Stasera infatti ci aspetta una serata elegante per festeggiare i 20 anni del CAEF. (Il 3 settembre il CAEF compierà 20 anni e si è deciso di anticipare i festeggiamenti per condividere con noi questa data importante.) Scatta la catena di solidarietà tra noi volontarie, ci scambiamo i nostri pochi “vestiti eleganti” e ci trucchiamo a vicenda. Coinvolgiamo anche le bambine che ci fanno le loro bellissime trecce. Ci dirigiamo in un albergo nel centro di Trujillo e come sempre ci ritroviamo ad aspettare per un’ora l’arrivo dei peruviani. Provo un po’ di imbarazzo in una situazione che inizialmente mi sembra così lontana dallo stile del CAEF e non riconosco volti familiari tra le persone che arrivano. Poi mi ritrovo seduta accanto a Milagros, una signora che ieri ha battezzato una delle nostre bambine, mi racconta del suo rapporto con il progetto fin dai primi anni della nascita, del suo impegno nel movimento dei focolari, nato in Italia, e del suo recente viaggio nel nostro paese. Mi sento sollevata dall’inquietudine che ho provato ieri nel vedere al fianco dei bambini dei padrini e delle madrine che non avevano mai incontrato prima e inizio a rendermi conto di chi sono le persone presenti. Prende la parola il presentatore Jul, nipote di Judith, che qualche giorno fa ci ha ospitati in diretta nel programma che conduce con disinvoltura ogni mattina e mi stupisce molto la forte emozione che trapela la sua voce tremante. Un video racchiude i momenti più significativi di questi 20 anni e i volti dei bambini e dei volontari che li hanno vissuti.

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L., la più grande della casa, parla con estrema gratitudine a nome dei 19 bambini della casa de Tuty. Osver, che tra qualche mese si laurea in ingegneria industriale, è stato uno dei primi bambini della casa e ha ripercorso questi venti anni del CAEF legandoli agli eventi più importanti della sua vita. Due storie così incrociate, diventano una sola. Titti parla a nome della Lega Missionaria Studenti, racconta di un rapporto nato nel 2001 da un incontro tra Judith e padre Cambiaso e i giovani della Lega. Spiega quello che viviamo noi volontari durante il campo e nel rientro alle nostre vite e io condivido la sua commozione nel pronunciare queste parole: “Abbiamo ricevuto l’insegnamento di molti valori che ogni giorni ci regalano una motivazione per credere che insieme possiamo (juntos se puede) cambiare il mondo nel quale molte volte non ci riconosciamo.”

Kikki parla a nome della Compagnia del Perù e trasmette quel sentimento che da dieci anni ci spinge ad impegnarci anche in Italia nelle nostre vite di tutti i giorni, per i quasi 700 bambini che in questi anni sono passati per la casa. Infine Judith che ha sempre le parole giuste, senza mai il bisogno di un foglio di carta, guarda davanti a sé e vede i volti dei primi volontari che hanno lavorato al suo fianco, le prime educatrici e tutte le persone che hanno sostenuto il progetto negli anni. Ha una parola di ringraziamento per tutti e anche lei cede alla commozione quando scorge volti che non vede da 10/15 anni. Così mi accorgo che siamo tanti perché tante persone hanno contributo a realizzare questo sogno e portarlo avanti nei tanti momenti di difficoltà. Brindiamo a questi anni con un bicchiere di ottimo pisco sour! Pedro e Sofia accompagnano la serata con la loro intesa musicale violino-chitarra, a ritmo del tango latino e l’amour toujours del gigi dag nazionale.

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Dopo un piccolo rinfresco ci spostiamo per cena al Roky’s e ci scateniamo nella pista da ballo in movimenti scoordinati a ritmo di salsa. Festeggiamo il finto compleanno di Ginnipu facendo suonare all’orchestra “cumpleanos feliz” e poco dopo ritroviamo Iolanda a ballare sopra il palco. Non riesce comunque a rubare la scena a Giulia Onofrio che ci regalano sempre grandi emozioni con la loro spontaneità. L., la grande della casa, è molto emozionata di vivere questo momento con noi e io provo a seguire i suoi passi di salsa, oggi è lei che mi insegna qualcosa che conosce bene.

Un abbraccio a tutte le persone che mi mancano ma sento presenti in questa casa, in particolare ai miei genitori che mi hanno permesso di essere qui e di conoscere meglio  il Perù grazie a un bellissimo viaggio che ha preceduto il campo.

Marilisa

Dia 21 – Una carica di emozioni

Non ricordo l’ultima volta che mi sono emozionata così tante volte in così poco tempo.. Oggi è proprio esplosa una bomba dentro di me! E ora mi ritrovo qui, alla una e mezza del mattino, a raccontarvi tutte queste emozioni.
Inizio guardandomi intorno e vedo i volti stanchi dei miei compagni di avventura che, con occhi chiusi e bocche canterine, allietano i miei pensieri sulle note della chitarra di Don Pedro. Non posso fare altro che sorridere e rimanere incantata da questo gruppo che trasmette un’energia e un’allegria senza confini. Nelle condivisioni delle ultime sere la parola che abbiamo tutti ripetuto più frequentemente è stata “famiglia” ed è proprio così! Fare esperienze di questo genere e trovarti di colpo a vivere h24 con persone che non hai mai visto prima crea una complicità e una magia difficile da spiegare, e con un gruppo pazzo e unito come questo non puoi fare altro che sentirti a casa. E quale emozione più grande di questa?!

Ma andiamo con ordine..
La giornata è iniziata come al solito con la voce di Betta che, scuotendomi dolcemente, mi ricorda che ho cinque minuti prima dell’inizio della preghiera. E quella di questa mattina è stata un po’ diversa dalle altre…  Abbiamo riflettuto sul ruolo della donna forte e questa immagine ci ha accompagnato per tutto il giorno.

Dopo una mattinata trascorsa con Iopanda a montare un video e ricca di lavori manuali per i miei compagni che finalmente hanno iniziato a dipingere le pareti del Caef, sono iniziati i preparativi: oggi in questa casa è festa grande. Dopo pranzo il panico generale ha velocemente preso piede. Mentre correvo da una camera all’altra in cerca di qualche vestito carino da rubare alle amiche, mi è caduto l’occhio su L., la ragazza più grande del Caef. Indossava un vestito bianco e dolcemente si sistemava i capelli. Ho letto un pochino di ansia nei suoi occhi, ma anche grande gioia: per lei, oggi, è un giorno importante. Insieme a J.M., R. e J., da li a poco, avrebbe ricevuto il sacramento della Cresima. Allo stesso momento E., T., J.E., Y., A. e suo figlio I., J. e L.C. si preparavano a ricevere il Santo Battesimo e M., A. e G. la Prima comunione.
Prima di salire sul pullman che ci avrebbe portato in Chiesa, Judith ci ha convocati tutti nel patio, al centro del Caef. I festeggiati hanno fatto un cerchio e noi, con gli educatori, madrine e padrini uno più grande intorno a loro. Ci siamo presi tutti per mano e immediatamente sono stata rapita dal volto di Judith. I suoi occhi lucidi, colmi di orgoglio, gioia e soddisfazione per i suoi ninos mi hanno trasmesso un’energia infinita.

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In una Chiesa piccolina e molto intima, alle porte della Campina abbiamo celebrato i sacramenti dei piccoli abitanti della casa. Ancora una volta, nel momento in cui J.M. e il suo padrino Osver si sono avvicinati all’altare, i miei occhi sono stati attratti da Judith. Non ha spostato lo sguardo neanche una volta dai suoi ragazzi, era completamente immersa nella cerimonia e i suoi occhi attenti catturavano ogni minimo secondo. Lentamente le lacrime hanno iniziato a rigarle il viso e in quel momento si è portata le mani sul volto. Un brivido lungo la schiena ha accompagnato il cadere delle mie lacrime. Lacrime di gioia e di stupore nel vedere i ragazzi con cui ho trascorso questo mese e che stanno rendendo questa esperienza indimenticabile così felici ed emozionati. Ma anche, e soprattutto, lacrime di ammirazione per la grande e forte donna che è Judith. Mi ha colpito fin dal primo momento, quando nel suo discorso di benvenuto ha detto di aver iniziato ad assaporare davvero l’essenza della vita 20anni fa, con l’apertura del Caef. » una donna forte e intraprendente, premurosa e attenta, sempre pronta ad elargire insegnamenti di bontà e di amore. Penso sia una degli esempi più grandi di “donna forte” che mi sia mai capitato di incontrare e anche con le poche parole e i semplici sguardi che ci siamo scambiate in questo mio primo campo, è riuscita davvero a lasciare un forte segno dentro di me.

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Al ritorno dalla cerimonia una grande musica ci ha accolti a casa. Il comedor si è trasformato in una pista da ballo dove tutti ci siamo scatenati. Dopo aver donato ai festeggiati dei piccoli regalini, i ninos, uno per uno, hanno ringraziato Giorgia e Simone che domani e dopo domani abbandoneranno il Caef per tornare alla vita di tutti i giorni.
Dopo settimane di duro e intenso lavoro con tutti i bimbi della casa è giunto il momento di mostrare a tutto lo staff e agli altri volontari il frutto delle nostre attività. Abbiamo proiettato un bellissimo video con un mix di foto e di interviste durante le quali ogni ragazzo ha illustrato qual è il suo più grande talento e qual è il suo sogno. » partito poi, a tempo di musica, un grande rullo di cajon suonati dai ragazzi più grandi, accompagnati dalle maracas dei più piccini, il balletto del gruppo “Caef grandi” che ha generato una nuova ondata di energia positiva.

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Questa giornata si è conclusa con una commozione generale durate la condivisione, dove ognuno di noi ha ringraziato Giorgia per la sua presenza in questo campo. Piena di energia e di vitalità che ha trasmesso a tutti con una semplicità e una genuinità incredibile, è stata per tutti un punto di riferimento. Il suo sorriso ha riempito le nostre giornate e i suoi consigli e suoi abbracci sono stati spesso fonte di energia nuova nei momenti difficili di questo campo. » una donna forte, non c’é dubbio e di sicuro ha lasciato un forte segno del suo passaggio qui al Caef.

Ginnypu

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Dia 20 – La vuelta

O Paolè svegliati!, sono le 07:32!. Così inizia la mia giornata qui al Caef, con un richiamo di Tonino e una voglia matta di rigirarmi, chiudere gli occhi e fare finta di niente.

Alla fine mi arrendo, abbasso la zip del sacco a pelo, infilo i piedi nelle ciabatte esco dalla stanza ultimo o penultimo, e davanti a me si aprono due vie, quella del bagno a destra e quella della sala riunioni a sinistra: uno sguardo a destra! Uno a sinistra! Uno di nuovo a destra ma tanto poi il bagno  di prima mattina “Falta” (anche la pipì della prima mattina) ; insomma a passo “adelante” mi dirigo verso la sala.

La faccia ancora intorpidita e il cervello offline mi fanno lanciare qualche buongiorno ai bambini e agli educatori, già sistemati svegli e perfetti, e dei buenos dias agli alti volontari… comunque raggiungo finalmente la sala, e grazie al Perù e ai fantastici tempi peruviani (nei quali ci siamo perfettamente calati) non sono mai io il vero ritardatario del gruppo.

Segno della croce, lettura preghiera… ma io totalmente assente e assorto nei miei pensieri inizio a ricordare i 2/3 di campo già trascorsi: agli sguardi; ai sorrisi; ai rimproveri subiti e dati; alle risate; alle condivisioni e alle sigarette condivise; alle uscite; alla stanchezza e alla gioia; ed è così che inizia ad ascendere un senso di tristezza e di nostalgia già da prima della partenza.

Torno in me pensando a quanto lavoro c’è ancora da fare! Ed è così che di nuovo il segno della croce e ci salutiamo, e posso finalmente correre in bagno!

Colazione i soliti tre panini alla marmellata o “palta” accompagnati dal buon caffè solubile e da quattro risate; fine della colazione ed ecco che arriva finalmente la prima sigaretta della giornata con il mitico trio degli isolani, composto da me (siciliano) da Onofrio e don Pedro (Sardi).

Fine pausa sigaretta e si rientra a dare il 110% anche perché è arrivato il giorno di riunione di tutti gli educatori e assistenti del Caef.

Esce Padre Alessandro con tutta la truppa, e rimaniamo solo noi e i bambini; ed è così che inizia a respirarsi un’aria di sfida, timore e paura: “come si comporteranno i bambini!? Ci ascolteranno? Se ne sbatteranno completamente? Bho!

Inizio ad andare dai bambini insieme agli altri, oggi le riunioni si faranno a turni dato che ci deve sempre essere qualcuno con loro; inizia gruppo Caef, quindi noi di Torres cominciamo: “hola profe, vien profe, aqui profe, profe Paulo, profe Pablo, profe Paolo” ancora il mio nome per loro è un po’ mistero.

Inizio a cazzeggiare con E. e T., le ragazze grandi di qua con cui ho molto legato, sopratutto con E.

Passo dagli altri seduti tutti alla “tabla” più grande del “comedor” iniziano a prendere i compiti, provo ad aiutarli, e dico provo perché quando escono materie che non siano matematica lo spagnolo scritto mi odia! E quindi qualche sguardo da ebete con gli altri volontari, un aiutino da google di nascosto, e riesce anche questo.

Finisce la riunione Caef, ed iniziamo noi Torres, e così di lampo mi rendo conto che oggi è l’ultimo giorno prima dello spettacolo di sabato; e allora sì che inizia il terrore, il terrore di non aver ancora fatto prove sistemate, il terrore di cercare di fare lavorare con un po’ di serietà quei ragazzi… comunque fine della riunione.

Il mio sottogruppo di Torres ovvero quello dei piccoli di cui io sono l’unico maschio inizia a fare letterine cartelloni stelle maschere, tutte cose per cui io non sono portato quindi con tutta la pace del mondo mi preparo a scartavetrare, in solitudine e tranquillità; dopo un’oretta mi raggiungono tutti gli altri che hanno finito i propri compiti, continuiamo puliamo oggi ci aiutano pure alcuni ragazzi e così arriviamo al pranzo.

Pranzo cucinato dal grande don Pedro, data l’assenza anche della cuoca, pranzo passato chi tra risate e scherzi e segreti come me con E. e L. quasi come se fossi a casa ma anche con dei pianti e capricci  dei più piccoli furbetti e consapevoli dell’assenza degli educatori.

Finisce il pranzo ma io e le ragazze continuiamo a ridere seduti al tavolo spettegolando sugli altri e raccontandoci cose del nostro passato fino a quando ci buttano fuori dal comedor ed io scappo a prepararmi per andare a Torres.

Partiamo, solito “paseo” per la “Campina” fino ad arrivare alla “panamericana” ed ecco che arriva uno dei momenti più belli della giornata, “il Combi”, questo surrogato di pulmino illegale all’ennesima potenza, con il suo simil controllore ovvero il tizio che paghi che inizia :” sube sube sube su-su-su-sube per poi finire la fermata con il dale che dà il via alla partenza e quando arriviamo c’è anche il fantastico baja baja baja ba-ba-baja” che ci strappa sempre come minimo due risate.

Momento mototaxi per completare l’ultimo tratto, divertente anche quello data la spericolatezza degli autisti e la condizione dei motori… insomma arriviamo finalmente a Torres.

Si inizia prendendo per mano quei pochi bambini già presenti e si va a chiamare gli altri casa casa; tra questi c’è anche “mi pequenita J.” che prendo subito in braccio e saluto, la bambina che non si può staccare da me né io da lei, prendo anche Ju. e andiamo: “dov’è lui? Sta là, dov’è lei? A casa, Che fai vieni? non vieni?” insomma dopo 20 minuti riusciamo a portarci dietro tutti i nostri.

Si avverano tutte le mie preoccupazioni, le prove sono un macello. Urla, grida, rimproveri, nessuno voleva fare niente, nervi a fior di pelle e stanchezza incalcolabile… ma dopo tutti gli sforzi siamo usciti vittoriosi con una bella prova generale, anche se avrei preferito portarli tutti alla “canchita” a fare “vueltas” tre a tre fino a distruggermi. Sarebbe stato meno stancante.

Stesso viaggio inverso per il ritorno fino al Caef, per ritrovarci con gli altri del gruppo Caef e sfidarci su chi aveva avuto la giornata più faticosa poiché anche loro se l’erano vista brutta di pomeriggio.

Doccia, un poco di riposo, dato che finalmente gli operatori del Caef erano rientrati di pomeriggio, e di nuovo a giocare con i bambini, balliamo giochiamo con la palla con la corda, fino ad arrivare alla cena.

Cena passata in pochi dato che i vecchi volontari sono andati a casa di Silvia, una delle operatrici del Caef italiana, che è passata dall’essere volontaria a lavorare qua. Cena trascorsa molto meglio del pranzo, saluto tutti i bambini tra “un beso profe, un abrazo profe” per poi lavare tutti i piatti e la cucina perché era quello che mi toccava dai turni, condivisione saltata causa uscita dei vecchi (SI!!) quindi risate, qualche sigaretta, super stanchezza generale e si va a letto alle 11:30 come se fossero le 03:00 del mattino.

Un saluto da Paolo il siciliano, pure io in stile sube baja sube baja sube baja…. Dale!!

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Cena da Silvia

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Dias 18 y 19 – Dentro l’Hermelinda

L’Hermelinda è l’enorme mercato popolare della frutta di Trujillo. La comitiva si compone abbastanza alla bell’e meglio, con un po’ di confusione; io mi aggiungo all’ultimo e ora siamo in sette, un po’ tanti, visto che non dobbiamo dare nell’occhio. Onofrio e Giulia, la coppia, poi ci sono Marilisa e Giuseppe, quelli che ci sono già stati, Martina, che lo guarderà con due occhi così, Beatrice, che parla spagnolo. Siamo in sette, allora è facile, tre in un taxi, diciamo, quattro nell’altro e si vola al mercato; e invece no, Mari e Marti si pigiano nel bagagliaio, Onofrio davanti, noi altri quattro sui sedili posteriori e per dodici soles si va dappertutto; Ono è uno corretto, si mette la cintura.

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Un piccolo accenno alle strade del Peru. Sembra di stare in mezzo agli autoscontri, solo che tutti sono tremendamente bravi e alla fine non ci si riesce mai, a scontrarsi. La legge è quella del più tosto, se hai coraggio ti butti in mezzo all’incrocio e sgusci come una scheggia, altrimenti resti indietro o che so; più che come macchine, ci si muove come pedoni in una stradina intasata. Sgusci, ti fermi, riparti, una spallata, un clacson, e via di nuovo a respirare fino al  prossimo incrocio. Qui ci vorrebbe una rotonda, dice Ono ogni cinque secondi.

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Poi, eccoci al mercato. Non è facile descrivere una sorta di ecosistema interno, una cittadina con le sue strade e i suoi abitanti, i suoi spazi aperti e quelli chiusi, alcuni punti un po’ labirintici e altri tagliati come una griglia. Ed è grande, zeppo, pieno.

L’enorme mercato è sporco e polveroso. Gli odori, intensi e profondi, si mischiano con un che di sudicio, che crea un contrasto particolarissimo, con un fascino che non è bellezza; qualcosa oltre la bellezza, è più l’immensità, l’atmosfera palpabile e potente, il senso di smarrimento, il luogo stesso che accoglie e soggioga.

Spesso la struttura ha senso: c’è il reparto degli agrumi e quello delle banane; banane dappertutto, Marti ha gli occhi fuori dalle orbite, mi giro un attimo, mi rigiro, ne ha sette in mano e ce le sta offrendo. Quelle banane minuscole, quelle lì verdissime e poi quelle enormi; e quelle rosse, chiede Bea, mai viste prima, chissà dove altro le vedrò, penso io.

Lì, una signora che mangia, sembrano spaghetti e sono le undici di mattina; vende picarones e papas rellenas. Picarones che sono delle ciambelline fatte con un impasto tipico, da mangiare con lo sciroppo d’acero; ecco Mari, subito. Le papas rellenas sono, letteralmente, delle patate ripiene, roba per Marti; le papas più buone della mia vita, commenta, se non starò male; non mi risulta sia stata male, quindi… quindi bene.

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Proseguiamo guardandoci intorno; cerchiamo di essere silenziosi, io ho una saccoccia rossa, pessima scelta, penso tra me e me, la giro e me la metto davanti, che è meglio. Passiamo davanti a bancarelle e persone di tutti i tipi.

Lì, un’immagine che mi cattura per un po’. Sotto un tettuccio di tela, dietro il bancone sta seduta una signora anziana, con le mani che manovrano e spostano cipolle; alla sua destra, la bambina avrà dieci anni, sta seduta con le mani in grembo, e dietro, intenta ad accudire il figlioletto, una donna, la generazione intermedia. I miei occhi si posano prima sulle mani della nonna, poi sullo sguardo perso nel vuoto della bambina, che sembra sentire a malapena la madre. Ci sarà nata, dietro quel bancone, mi dico, e il suo sguardo forse contempla i prossimi dieci anni, e quelli successivi; e contrasta, tutto questo, con le nostre idee sul futuro, l’ideale del sogno che ci è tanto caro, la fantasticheria, l’ansia e la speranza verso il domani, i progetti e le spensieratezze. E qui, cosa c’è di tutto questo? La nonna, la madre, la figlia, il bancone, penso mentre passiamo avanti.

Il posto è impressionante, pieno zeppo di persone e di cose; basta fare tre passi, commento, per passare da un odore ad uno completamente diverso; profumo, non odore, mi corregge Ono, ha ragione. Venire con una macchina fotografica è proibitivo, ma anche chi di noi ha portato il cellulare deve avere molta cautela nel dosaggio delle foto; ogni tanto, uno scatto rubato, alla svelta, e subito via, senza restare dove abbiamo tirato fuori la prova della nostra ricchezza; al quartiere delle banane, Giulia e Ono si concedono una foto in mezzo al giallo (e al verde, e al rosso).

Passiamo un po’ avanti, sento che Mari si ferma, mi giro; “quieres?”, sta dicendo, “vuoi?”, è accovacciata davanti a un bambino un po’ imbarazzato, sta tendendo uno dei suoi picarones; il bambino accetta, che strani questi tizi, starà pensando; mi ha guardato in un modo troppo buffo, non ho resistito, commenta Mari, ma ha lo sguardo già perso di nuovo nel labirinto.

Uomini che passano con grossi carretti, trasportando un’infinità di roba o solo spostandosi; lì, due giovani si godono una birra seduti nelle loro carriole, sarà la pausa di metà mattinata, penso. C’è chi porta talmente tante banane sulle spalle, sulle braccia, sulla schiena, nella carriola, su un secondo paio di braccia, che davvero non si distingue più l’uomo dal groviglio di banane e dita. Di tanto in tanto, ci passano a fianco persone in motorino, perché questo mercato alla fine è davvero una cittadina.

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A un certo punto, è mezzogiorno e capiamo che dobbiamo iniziare ad andare, non per altro, ma perché alle due dovremmo essere al caef per iniziare le attività. Mari propone di pranzare lì nel mercato, in uno dei banconi che si sono ritagliati qualche metro quadro in più, hanno piazzato due tavolini polverosi nella polvere e possono darti da mangiare per pochi soles. Siamo tentati, ma poi ci ricordiamo che questa è una delle nostre pochissime occasioni per mangiare bene e a sazietà, entrambe cose che non troveremo all’Hermelinda. Facciamo per uscire, ma un attimo, richiama Mari, un ultimo corridoio per cui non possiamo non passare, ancora un odore, scusa Ono, un profumo, in questo labirinto di banane, arance, persone, e noi lì in mezzo.

Uscendo, un ultimo sguardo alle facce dell’Hermelinda. Sono facce spesso sporche, ma le espressioni non sono diverse da quelle che incontriamo tutti i giorni nelle strade delle nostre città, negli autobus, nei supermercati. La fretta, la noia, la rassegnazione, i sorrisi, il nervosismo, chi è in giornata, e chi no; tante facce mogie qui come in Italia, espressioni che non cambiano cambiando tutto attorno. Quel signore rugoso, avrà sessant’anni, che spinge quella carriola enorme, sembra si faccia strada con la stessa faccia con cui un nostro dirigente prende un ascensore, si dirige alla scrivania, si annoia o ride durante la pausa caffè. Le facce dei bambini, quelle sono diverse. Ce ne sono molti, dietro i banconi, che sembrano assenti, sembrano in un altro mondo. Non so dire se questo altro mondo sia più simile al nostro, o a un terzo che esiste solo nelle loro menti.

A pranzo, quindi, dritti in una panineria che ci hanno molto consigliato, tutto buono e sostanzioso, ci assicurano; ma ragazzi, il terminator di ieri sera era un’altra cosa, e chi vuole sapere cosa sia, venga l’anno prossimo, che entrare nella hall of fame di quelli che l’hanno finito è una sfida che lancio a ogni futuro pivello.

Dicevo, bisognava essere al caef alle due, per le attività. Io insieme a Benedetta, Elisabetta, Iolanda (fa che abbia scritto bene il suo nome), Sofia e Miti mi occupo della fascia di bambini più piccoli del caef, che è come dire che sono venuto qui per impazzire. Ma ad ogni modo, ora va illustrato brevemente il concetto di “tempo peruviano”, o più nello specifico quello di “progettazione peruviana”. Facciamolo attraverso una storiella. C’è un signore che dice ad un suo compare di incontrarsi in piazza tale alle sei; ma i due seguono i concetti di tempo e progettazione peruviana, quindi uno arriva in piazza alle dieci, mentre l’altro arriva con un’ora di anticipo, ma in una seconda piazza; e non vedendo arrivare il suo compare, se ne torna tranquillamente alle sue occupazioni. Questa cosa sembra irritante, ma i due amici seguono il tempo e la progettazione peruviana, quindi sapevano già, dandosi l’appuntamento, che sarebbe andata così. E comunque, entro la fine della giornata i due si incontrano in strada, l’uno mentre prende un pisco, l’altro mentre va a prendere il bucato. E allora si fermano, il secondo siede al tavolo con il primo, e in quella sbrigano le loro faccende. Il bucato, anche quello segue il tempo peruviano; il pisco, lo prendono entrambi. Spero di aver reso abbastanza l’idea, e l’importanza dell’improvvisazione in tutto quello che facciamo; e il motivo per cui siamo arrivati comunque al caef con quaranta minuti di ritardo e non ci abbiamo trovato quasi nessuno, e perché non ci siamo stupiti nel sentirci dire che, comunque, questo pomeriggio non si facevano attività coi bambini, cambio di programma. E quindi, via a scartavetrare le pareti, che lì di lavoro ce n’è. Bello che solo al terzo giorno di sudore ci siamo accorti di quanto tempo risparmi l’uso dell’acqua per sciogliere la vernice.

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La sera, condivisione grande; una bella maratona di oltre quattro ore, in cui abbiamo cercato di inquadrare quest’esperienza che stiamo vivendo nella nostra vita degli altri undici mesi; condivisione sulla quale non mi dilungo perché penso debba comunque rimanere tra di noi.

Dopo la condivisione, mega spaghettata; e ora chiudo, non perché non abbia voglia di descrivere la spaghettata, ma perché in verità non è lunedì, ma martedì, e avendo appena finito il blog di lunedì, adesso devo partire con quello di oggi. Quindi, ci vediamo un attimino più sotto!

Hasta luego!

Francesco

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A MI, PROFE!

A mi, profe! A mi! La cantilena risuona già nelle orecchie quando mi accorgo di essere sveglio. Profe, por favor!

Il risveglio al caef è sempre un po’ un problema. Per molti, è come quel famoso film di Fantozzi in cui il ragioniere programma ogni secondo della sua mattina al fine di recuperare quanto più sonno possibile. Una cosa di questo tipo.

Il ragionier Francesco si sveglia attorno alle sette, un po’ di soprassalto, per il vociare dei bambini che stanno uscendo per andare a scuola; oggi c’è sciopero, non possono starsene a letto un po’ di più? Trenta secondi per reggere l’impatto con il solito mal di gola che ti coglie la mattina; altri trenta per ricordarti che andrà via durante la colazione. Uno sguardo all’orologio, sono le sette e qualcosa, ancora tot minuti, alle sette e mezza bisogna essere giù. Una frazione di secondo per girarmi dall’altra parte, calcolo qualche minuto ancora di riposo, chiudo gli occhi… A mi, profe!, ancora questa vocina, adesso il volto è quello di M., apriamo la mano per darci il cinque, un movimento rapido e zac!, un attimo prima di battere le due mani entrambi le ritiriamo fingendo di pettinarci i capelli; niente da fare, sono tre settimane che questo giochino non l’ha ancora stufata. Uno sguardo, scoppia a ridere; sapeva che questo scherzetto l’avremmo fatto entrambi. Dai!, è ora!, la voce di Giuseppe mi riscuote all’improvviso dal sonno, sono già passate le sette e mezza, come ogni mattina, ovviamente, giù dal letto, rapido, ciabatte, non c’è tempo per lavarsi, gli altri mi aspettano, dai che si inizia.

Fuori dalla stanzetta, il primo incontro è sempre, irrimediabilmente, con L., quando non è a scuola. Neanche il tempo di vederla, e trac, ti ha già arpionato; L. non è molto consapevole della sua forza, sta imparando lentamente a non stringere troppo quando abbraccia, a dosare la pressione delle dita. Di prima mattina però non se ne ricorda, quindi eccola lì che ti stritola guardandoti dal basso con quel sorriso larghissimo. L., molime, tiengo que ir a la colazion, le faccio nel mio triestino-italiano-spagnolo; se mi capisce, non le importa, allora devo staccarla a forza; sguscio in cucina, che dovrebbe essere tana, nel senso che i bambini non possono entrarci. Tre panini, marmellata, acqua, acqua, acqua, e via.

Alle nove, riunione con il mio gruppo; per chi non ha letto sopra, mi occupo del gruppo dei più piccoli qui al caef (fino ai nove anni) insieme a Benedetta, Iolanda, Elisabetta, Sofia. La riunione, come spesso accade, è un mega brain storming. Oggi si fanno gli astronauti, il viaggio spaziale, i pianeti. La prima domanda che ci facciamo è se arriveremo a Venere, cioè al secondo pianeta, perché la probabilità che i bimbi siano intrattabili è altissima; ci armiamo di speranza e tenacia e prepariamo un lungo viaggio per i nove pianeti del sistema solare; ogni pianeta ha le sue caratteristiche, e da queste caratteristiche esce un gioco; così, Marte diventa il pianeta della guerra e si gioca a ninja, uno dei loro giochi preferiti, mentre Saturno, con i suoi anelli, ispira un gioco con gli hoola-hoop, o come si scrive; Venere, il pianeta dell’amore, porta in scena una gara in cui per avanzare a balzi bisogna fare complimenti agli altri; e così via.

Il gioco riesce, con l’aiuto (notevole!) di Judith; tra un pianeta e l’altro, a mi, profe!, a mi!, i bambini si scatenano, ed è ogni volta la battaglia a riprenderli per il prossimo gioco.

Ciò che piace di più in assoluto è la vuelta; istruzioni per l’uso: prendere un bambino, farsi pregare un po’ (momento assolutamente necessario per riposare tra una vuelta e l’altra), alla fine cedere, afferrarlo per le mani e farlo girare e girare e girare, fino a quando non ti vuelta anche la testa. Nota a piè pagina: quando sono tanti, meglio farne due contemporaneamente caricandosi i bambini sulle spalle, che fare una vuelta a testa; è meno distruttivo e finisce prima. Chi non ha capito la tecnica della vuelta, è invitato a venire qui a imparare, che c’è più bisogno di braccia per questo che per scartavetrare i muri.

In definitiva il gioco riesce, cosa che ci riempie di soddisfazione, perché riuscire a terminare tutti i nove giochi che abbiamo organizzato, intermezzati ciascuno da spiegazioni sui pianeti e sulle divinità antiche, non è un miracolo, è un miraggio.

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La sera, vengo arpionato da L. (un altra L., non quella di prima). Mi prende, sono fregato, penso, mi parcheggia in una stanza, zac, mi ficca attorno al dito dei fili. Ok, la serata ha preso una piega sedentaria, penso; e via almeno un’ora a reggere il filo a L. mentre mi fa un braccialetto. L. non è bravissima come E., alla fine viene fuori un bitorzolo, lì, attorno al polso, chissà quanto reggerà.

A un certo punto, mi raggiunge Y., mi caccia in mano un foglio; c’è disegnato un grandissimo cuore verde, dentro un po’ di parole che mi strappano più di qualche sorriso. A quanto pare, tra le altre cose, sono anche un “chico italiano (necessario specificarlo) bienvenido a estar con nosotros”, e necesito “de ser muy feliz siempre”. Stare qui è un po’ questo, ed è giusto un po’ bello.

Tra l’altro, L. (la seconda) e Y. si odiavano, pesantemente, con Y., la più piccolina, che sembrava finita nel mirino di tutte le sue compagne. Oggi a un tratto le ho viste camminare ridendo insieme nel corridoio, e mi sono sorpreso a sorridere come un matto; avremmo fatto di tutto per sistemare le cose, forse è bastata la nostra presenza. Come Alessandro ci ripete praticamente una sera ogni due, non è poco; ma non c’è tempo per pensarci.

Quasi mai, durante la giornata, abbiamo tempo per pensare a cosa stiamo facendo, al senso di tutto questo, a quanto è insignificante il nostro sudore nel mondo, a quanto è fondamentale invece per Y., per M., che sono arrivate da poco ed è la prima volta che fanno questo folle agosto con “gli italiani”, per le due L., per i più grandi, per quelli che ogni anno aspettano, preparano la voce per darci fiato, a mi, profe!, a mi!, una vuelta, una vuelta!

La sera, dopo un momento per parlare, confrontarci e condividere le nostre giornate, ci raccogliamo tutti attorno a Simone. Questo ragazzone biondo, che oggi esibiva i “pantaloni del petador” bucherellati dietro per i lavori manuali, che dopo essersi legato un sacco della spazzatura al braccio destro si è calato fino alla spalla nel tombino più zozzo che abbia mai visto per recuperare una scopa, questo ragazzone, dicevo, ci ha raggiunti con qualche giorno di ritardo perché questo mese, in verità, è la sua vacanza dal servizio civile ad Haiti; abbiamo scelto questa sera per farci raccontare nel dettaglio questa sua esperienza, tra discriminazione, cose strane, cose stranissime, zucche maledette e riti wodoo, sciamani e… e niente, chiedete a lui, che sto blog adesso lo devo chiudere. Forse scriverà qualcosa in proposito quando toccherà a lui.

Andiamo a letto stanchi come al solito, e dopo un’ultima avventura: mentre già scrivevo queste righe, si levano urla dalla cucina (e, soprattutto, le risa di Tonino), ed ecco, parte una caccia al topo, cui, sperando di poter descrivere anche questo, mi unisco subito. Purtroppo, la caccia è un fiasco; dev’esserci, ma forse questo sarà da raccontare in un altra giornata.

Vado a letto esausto e quasi barcollando; mi infilo nel sacco a pelo solo dopo averlo rigirato per scrollarlo dai grilli. Chiudo gli occhi, ed ecco, mi assale di nuovo la cantilena. A mi, profe!, a mi!

Da Moche,

sube-baja!, sube-baja!

Francesco

L’orto dei grandi del CAEF

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Prove per lo spettacolo a Torres

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Lo scatolone della gioia e la busta della felicità

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Il vanitoso, la volpe e la rosa

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Caccia al topo di fine giornata

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CAMPAMENTO – Gli sguardi che contano

Di ritorno da tre giorni di campamento, tocca a noi – Beatrice e Francesca – provare a raccontarvi queste giornate appena trascorse, pieni di giochi, sguardi, sorrisi, divertimenti e, soprattutto per noi volontari, tanta fatica e soddisfazione.

Il campamento è, tra tutte le attività realizzate da noi volontari durante il mese di agosto, quella più attesa da tutti i bambini, sia di Torres sia del Caef. Nell’ultima settimana, infatti, durante i pomeriggi a Torres, non sappiamo dirvi quante volte i bambini ci abbiano chiesto informazioni sulla partenza e sulle attività, con dei sorrisi smaglianti che trasmettevano una rara ed emozionata eccitazione. Allo stesso modo al Caef, durante la mattinata del venerdì si respirava in casa un’aria di elettrizzata attesa da parte dei bambini e di ansia e curiosità da parte di noi volontari. Così venerdì pomeriggio ci hanno raggiunto al Caef i bimbi di Taquila che per noi del gruppo che lavora a Torres sono stati un’inaspettata sorpresa per la loro educazione e per gli abbracci affettuosi che fin da subito ci hanno regalato nonostante fosse la prima volta che li incontravamo.

Era da giorni che i quattro audaci prescelti per l’organizzazione del campamento, Giulia, Simone, Pietro e Giorgia, si riunivano a qualsiasi ora del giorno e della notte nella saletta per complottare e stabilire giochi, orari, gruppi di servizio, squadre per le poche ma intense giornate di gioco. Tra le loro decisioni vi è anche quella del tema del campamento che quest’anno è stato “Le Cronache di Narnia”, film sul quale si sono incentrate fantastiche scenette, racconti e riflessioni.

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DSC_0562Da quando è iniziato il nostro Campo, questi del campamento sono stati sicuramente i giorni più impegnativi, poiché ognuno di noi è stato responsabile dei bambini 24 ore su 24 e siamo stati chiamati a ricoprire un ruolo a volte anche scomodo nel fare rispettare ai bambini orari, regole, momenti ludici e momenti di riflessione; anche a costo della voce di numerosi volontari.

Il campamento è stato un’esperienza che ci ha riempiti di grandi emozioni e di “sguardi contemplativi”, cioè di sguardi che permettono di andare oltre ciò che si vede e che riempiono di meraviglia e stupore, sguardi capaci di cogliere il cuore dell’altro e del mondo.

Lo sguardo attento e profondo di F., R. e J., ragazzini di Torres che con nostro grande stupore si sono rivelati, non soltanto i più grandi casinisti e irrequieti durante i nostri pomeriggi con loro, ma anche ragazzini che, se correttamente stimolati, sono maturi, obbedienti, generosi e rispettosi degli altri.

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Lo sguardo apparentemente malinconico e bisognoso di affetto di E., la figlia del guardiano della struttura che strappava inaspettati abbracci in qualsiasi momento della giornata senza dire nemmeno una parola.

Gli sguardi stanchi di complicità scambiati tra compagne di cuarto (o camerata) dopo una notte quasi insonne passata a placare gli schiamazzi delle otto ragazzine oltre il coprifuoco, ed accompagnare i più piccolini al bagno nel cuore della notte. Sguardi assonnati ma pieni di gioia ripensando ai momenti condivisi insieme, dall’assistere le bambine nella doccia quotidiana, alla sveglia squillante che ci riservavano con le loro risate, ben prima che risuonasse quella monotona dei nostri cellulari.

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Lo sguardo di J.M., intenso e perso nel fuoco ardente del falò di sabato sera, mentre le note dell’ormai famoso violino di Sofia accompagnavano la danza delle palline luminose di Simone, che ha intrattenuto tutti noi con le sue abilità di giocoliere. Nonostante il ‘’flash mob musicale’’ che ha coinvolto tutti gli strumenti e voci del Caef, organizzato accuratamente per concludere la giornata di musica, giochi e balli, niente riesce a distogliere dalle fiamme che si levano verso un cielo stellato gli occhi di un ragazzo che si avvia sempre più verso l’età adulta e verso la tanto attesa indipendenza, in uno sguardo intento a contemplare chissà cosa e che cela chissà quali pensieri.

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Lo sguardo di M., tra i più piccoli bambini di Torres, che con i suoi occhi curiosi e spaesati si guarda in torno attirando l’attenzione di tutti quelli che gli stanno vicino. A partire dalla sua sorella maggiore L., tutti i bambini più grandi si prendevano cura di lui come se fosse il loro fratellino, contribuendo al clima di attenta solidarietà e cura che ha avvolto tutta la casa.

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Un altro sguardo di profonda intensità è quello di Judith, direttrice del Caef, mentre riprende i bambini più indisciplinati ponendosi sempre con il suo fare amorevole e compassionevole da esperta educatrice, esempio fondamentale per tutti noi.

Infine, gli ultimi sguardi che ci rimarranno impressi sono quelli dei ragazzi più grandi che, dopo i saluti e gli applausi che hanno concluso l’ultimo atto delle Cronache di Narnia, hanno dedicato a noi educatori un pensiero, un ringraziamento personale da ognuno di loro, esprimendolo davanti a un grande pubblico. Nei loro occhi brillava una scintilla di emozione ed imbarazzo, gratitudine e gioia, e in quel momento tutti i nostri sforzi degli ultimi giorni hanno acquisito un senso speciale, e alla fine sono stati loro stessi, ringraziandoci per aver donato loro dei sorrisi, a rendere felici noi.

Beatrice e Francesca

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Dia 14 – A ritmo del cajon peruano

Hola todos! sono Pietro Paolo, noto Don Pedro per i volontari qui in Perù…

Che dire, i giorni qui al Caef passano molto veloci, scanditi da una marea di attività, servizi di tutti i generi, qualche momento per una chiacchiera e qualche risata o un balletto e una suonata improvvisata con i ninos della casa. La stanchezza al 14° giorno di campo, personalmente, inizia a farsi sentire. Ormai è difficile svegliarsi un oretta prima degli altri, per prendermi qualche minuto di tranquillità , o rimanere dopo cena a scambiare due parole fino a tardi come i primi giorni. Cercherò in breve di descrivervi questa giornata…

Stamattina dopo il momento di preghiera e la colazione, essendo uno dei responsabili del “Campamento”, insieme a Simone , Giulia e Giorgia, ci siamo messi a racimolare le idee, finire di preparare le scenette e i costumi, e i materiali necessari per questo grande momento dell’anno tanto atteso dai ragazzi, per il quale partiremo domani.

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Dopo pranzo, tra gli ultimi preparativi del “Campamento”,abbiamo iniziato ad aiutare i ragazzi più grandi con i loro compiti quotidiani. Io, come al solito, affianco a J.M. a combattere con le sue mappe concettuali. Nonostante spesso sembri che questo momento tolga spazio alle attività da noi organizzate, in realtà è una parte fondamentale del nostro servizio al Caef che riempie di parecchie soddisfazioni.

Terminati gli esercizi scolastici, finalmente è giunto il momento tanto atteso di iniziare le nostre attività. Oggi in particolare queste stesse mi hanno visto protagonista in prima persona, in quanto ho cercato di insegnargli a costruire alcuni strumenti musicali: 2 cajon per i più grandi , e alcuni bastoni della pioggia (palos de lluvia) per le ragazze. Dopo un breve giochino dove i ragazzi avevano l’obbiettivo di recuperare i materiali necessari trasformandosi in carriole umane, abbiamo iniziato il lavoro.

Io ho seguito la costruzione dei cajon. E’ stato bellissimo vedere lo stupore dei ragazzi nel prendere in mano per la prima volta un trapano o un martello e lavorare insieme, di squadra, per realizzare un vero e proprio lavoro di precisione. Dopo qualche piccolo errore, il compensato tagliato male dagli operai del Brico e qualche “arreglo” di qua e di la, il cajon ha iniziato a prendere forma. intanto, nell’altra stanza, stavano proseguendo i lavori con i bastoni della pioggia, con J. e T e tutte le altre ragazze. Impressionante vedere la precisione di J. nel controllare ogni singolo buchino del bastone dove infilare correttamente gli stecchini ed evitando che si accavallassero tra di loro, con la minuziosità che lo contraddistingue.

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Abbiamo messo gli ultimi chiodi al buio, ma una volta terminati i due cajon , R. e J.E. hanno iniziato a suonarli, e subito sono uscite le ragazze con i bastoni della pioggia, accompagnando con balli e risate questa festiva “Fine dei lavori”. C’era così tanto chiasso e allegria nell’aria che, alla condivisione dopo cena, Kikki Mari e Titti ci hanno confessato l’invidia che provavano mentre stavano sedute a riunione (durata ben 7 ore!!!!!), ascoltando i suoni e le risate che riempiva il patio del Caef quella sera.

Nonostante la stanchezza di questa giornata addosso, penso a quanto sia importante ogni momento speso per procurare quei sorrisi, accrescere la passione e stimolare l’impegno dei nostri “Grandi del Caef”.

Per oggi è tutto! un saluto e un abbraccio a chi ci segue e ci pensa ogni giorno!

Hasta luego ! A si biri a tottus!

 

Spesa pre-campamento al Mercado Mayorista y Mercado Hermelinda

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Le attività dei piccoli del CAEF

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