Día 23 – Suoni, odori e colori… gli ingredienti del silenzio

Oggi la sveglia è un poco differente: i lavori della cucina stanno iniziando e noi ci troviamo un poco accampati per la casa. Esco dopo la colazione per andare a Huanchaco ad accompagnare Elena a portare un regalo al comedor; sul taxi mi incanto a guardare il mare, è la prima volta che ho il tempo di assaporare il profumo e l’aria che contraddistingue un luogo che è capace di regalarmi una serenità infinita. Subito la giornata prende una piega che non mi aspettavo: non sono le persone a regalarmi forti emozioni ma i luoghi che contengono le persone e quindi le relazioni che ho instaurato in questi miei sette anni. Al ritorno dal mare trovo una banda di persone che lavorano: i muratori con i pavimenti, i volontari invece sospesi per aria a dipingere le pareti di un azzurro intenso che rendono il Caef un tutt’uno con il cielo, i bambini che cantano e ballano davanti alla tv col karaoke e mi fermo in mezzo al patio ad ascoltare di nuovo i suoni, a godere del profumo della vernice e riempire il mio sguardo dei colori che ho intorno. All’improvviso il mio sogno viene spezzato dall’arrivo di Jul con la sua troupe che invadono le stanze per interviste e riprese.

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Ma poi mi ritrovo a camminare per la Campina e la direzione è Torres! Oggi è un giorno importante non solo perché l’ultimo ma perché siamo stati invitati a pranzo dalle mamme del villaggio. Entriamo in casa di B., la tavola pronta per noi e i piatti di aji de gallina preparati con cura. Io mi sento felice, mi commuovo pensando che in un angolo di terra dove c’è una povertà assoluta regna la ricchezza di un amore che va oltre i confini della terra; anche in quel momento il profumo del cibo prende il sopravvento sulla presenza delle persone; è come se oggi alcuni miei sensi abbiamo deciso di caratterizzare la mia giornata. Iniziano i giochi con i bimbi, mi siedo in terra e sento la polvere entrare nei pantaloni, l’odore è penetrante ma mi sento bene; il tempo passa velocemente e così arriva rapido il momento di scendere in canchita per giocare. Io e Marco decidiamo di tornare al Caef e così ci incamminiamo: ancora una volta il silenzio cala dentro di me e ogni mio attenzione è verso il luogo che sto lasciando, la strada principale coperta di polvere, i cavi elettrici che intessano una ragnatela sospesa nel cielo, tutto è color sabbia e in fondo alla strada spicca la casetta gialla e blu, luogo di tanti ricordi che sono tanti pezzi di vita che compongono gran parte della mia anima.

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Torniamo al Caef e ancora una volta la mia attenzione è catturata dalle stanze, tutte disordinate che mostrano la confusione di questi giorni ma soprattutto il fermento per la grande despedida che ci aspetta: i divani al loro posto ancora vuoti, la stanza di Mary chiusa ai volontari per custodire i regali e i bambini sul retro che portano nel volto un po’ di tristezza. Passa ancora qualche ora prima che ci troviamo tutti all’ingresso. Judith inizia a parlare e subito mi chiama a lei: questo è per la tua casa mi dice e poi aggiunge: “siamo felici che i tuoi sogni siano realtà” e mi da un piccolo regalo. Altri vengono chiamati e ricevono un dono speciale che esula da quello che avverrà poi. I saluti si interrompono per dare spazio alla storia di Judith; si apre e apre il suo cuore a tutti noi, e di nuovo non sento che un luogo che mi avvolge; è come se Judith stessa mi dia spazio dentro di lei ascoltando le fatiche di una donna che ha realizzato tutto questo. Questa sensazione viene di nuovo interrotta dalle parole che lei ci rivolge personalmente: inizia a chiamarci di nuovo uno ad uno e per ognuno di noi trova le parole giuste, quelle impregnate d’amore e rispetto. La tensione è alta, sento il cuore che mi batte forte, sento le parole che lei rivolge a Checco, a Marilisa, Jacopo e Marco e mi commuovo con orgoglio per loro; poi vengo richiamata una seconda volta, le parole mi riportano in Italia, quando eravamo lì insieme con la mia famiglia, i miei amici e la comunità, sentire da lei le stesse emozioni che ho provato anch’io in quei giorni mi riempie di gioia; le lacrime che non volevo mostrare iniziano a scendere senza controllo quando sento: “non sarà mai un addio perché sempre sarai con noi”. Lì ho sentito una fitta al cuore; come se mi avessero messo a nudo nel centrare in pieno la paura più grande che mi ha accompagnato durante tutto il campo. Mi siedo con i pacchetti in mano, sento che qualcosa è dentro di me e con violenza si muove per permettere alla mie lacrime di scendere e liberarmi da quella paura che ha appesantito i miei passi. Le lacrime lasciano poi lo spazio all’ascolto di ciò che sta accadendo, le sorprese non sono finite: ancora c’è da proclamare il volontario dell’anno ma dentro di me sento che finalmente è arrivato un momento tanto atteso da uno di noi. E infatti Judith cambia volto, si rivolge verso gli occhi di una bambina che ha conosciuto 10 anni fa e che ora è una donna che porta il peso di tante responsabilità e che sta imparando a trovare un equilibrio nelle sue vite: quella italiana e quella peruviana. Così Kikki si alza con gli occhi pieni di lacrime ma colmi di gioia. Una gioia vera per sentire riconosciuto un lavoro difficile, per sapere di aver lasciato un segno indelebile in questa casa e che questo segno ora sarà visibile a tutti con una targa che resterà in questa casa a ricordare a tutti quanto amore e impegno ha donato. Io personalmente ho avuto una reazione molto diversa a quella dell’anno scorso: il silenzio è di nuovo entrato dentro di me e ho potuto rivivere questi sette anni di condivisione con Kikki. Il primo campo con lei è stato ben sei anni fa; il nostro rapporto è iniziato in sordina ma ogni anno si è trasformato e rafforzato dalle difficoltà e dalle fatiche condivise non solo qui ma anche in italia. Ora lei è una delle mie due hermanas rubias e io so come questo riconoscimento conti per lei. So che il suo amore per questo luogo è sconfinato e spesso l’ho rimproverata per questo. Son sempre stata molto dura quando vedevo che veniva assorbita completamente dalla vita del Caef e che lei trascurava la sua persona. Ma mi riempie di gioia leggere nelle sue lacrime riconoscenza e un senso di appartenenza che la rende capace ancora di emozionarsi dopo tutto questo tempo.

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Ciò che è accaduto dopo è abbastanza insignificante rispetto alla grandezza che questa casa ha saputo contenere; ora son qui, nella stanzetta di psicologia e assaporo tutte le storie che ho conosciuto qui dentro, i pianti che ho fatto per la rabbia e la tristezza di conoscere certe vite spezzate ma qui quei pezzi trovano un senso e diventano doni che si diffondono nelle persone che passano in questi luoghi. E allora vi lascio per restare un po’ a terra ad occhi chiusi e gustarmi i suoni, gli odori e le immagini che ho vissuto e che mi accompagneranno alle novità che mi aspettano.

Titti

Día 22 – Una (a)tipica giornata peruviana

Buon giorno, sono Silvia, sono di Milano, ho 23 anni, è questo è il mio secondo blog per questo secondo anno; sorprendendo me stessa, ho sentito il bisogno di raccontare una tranquilla e normale giornata di campo.

Quella di oggi è stata l’emblema della ormai nota tipica giornata peruviana, niente è andato come da programma, niente come mi sarei aspettata, ma è stata comunque una giornata ricca di tantissimi momenti, sia belli che brutti.

Una mattinata che si potrebbe definire di bassa manovalanza, pennello in mano, mezza sporta fuori da una finestra per ridipingere una parete. Una mattinata che contrariamente ad ogni aspettativa è stata divertente e rilassante, quasi come una vacanza. Dalla gioia di prendere il primo sole della stagione, anche se il risultato è stato una abbronzatura da muratore, dalle scariche di adrenalina quando Tonino è saltato sul tetto della cucina per dipingere, e ha lasciato letteralmente una impronta indelebile nella struttura del CAEF, fino alle risate quando Marta dopo avermi raccomandato di non sporcare ha rovesciato a terra tutto il barattolo di vernice.

Mentre il gruppo di bassa manovalanza si dava da fare con i pennelli, si sentivano le voci dei piccoli del CAEF, da me amorevolmente soprannominati mostriciattoli, che assistiti dagli altri volontari si dedicavano ai compiti e al rinforzo scolastico

Insomma una mattina semplice, senza alcuna interazione con i bambini, ma comunque con momenti divertenti e di condivisione, in particolare al loro rientro da scuola, quando ho aperto la porta, tutta ricoperta di colore, con rullo in mano e retina sui capelli e nonostante le mie proteste tutti i bimbi mi hanno salutata e mi hanno chiesto come stavo.

Dopo essermi scrostata dalla pittura mi sono servita un abbondante piatto di riso e aji de gallina, rimanendo sconvolta dalle ingenti quantità rimaste e scoprendo solo in seguito che tutti gli altri avevano invece mangiato pochissimo perché Silvia, la cocinera, si era dimenticata di aver fatto due pentole.

Nel pomeriggio il gruppo piccoli avrebbe dovuto dedicarsi ad un lavoro sull’abbraccio, per insegnare ai piccolini come ci si abbraccia, chiedendoli come vorrebbero essere abbracciati. Un lavoro che si preannunciava interessante e ricco di emozioni, ma che è stato rimandato causa di forze maggiori; un pokemon ha attraversato il patio gras seguito da tutti i bimbi grandi armati di sfere poke. E quello è stato il momento in cui abbiamo capito che gli abbracci erano rimandati, sostituiti da tanti disegni di pokemon, per me completamente sconosciuti e che mi sono divertita a colorare insieme ai bambini con colori completamente sbagliati; a quanto pare Ditto non è azzurro, ma a me e a H. piace di più così.

Finito il momento ludico, in cui mi sono divertita come una pazza a colorare anche per la seconda parte della giornata, è arrivato il momento dell’ultima grande condivisione.

La metodologia è la stessa dell’anno scorso, la poltrona frau, ognuno per condividere chiama un’altra persona che lo accoglie e gli dà poi un riscontro. Come sempre è stato un momento ricco di emozioni e di scoperte, di se stessi, degli altri e di se stessi attraverso gli altri. Il “tema” era molto generico, il campo, ma ha permesso ad ognuno di noi di interrogarsi, aprirsi e prepararsi al futuro. Punto comune a molti la paura per il ritorno in Italia, la tristezza di abbondonare i niños, ma anche la soddisfazione, condita da tanta gioia per questo campo. Personalmente ho sentito tanta soddisfazione per il campo fatto, in particolare per il campamento, ma anche tanta voglia di tornare a casa, dalla mia famiglia e dai miei amici, con cui so, forte dell’anno passato, di poter condividere questa mia altra famiglia, per metà peruviana e per metà italiana.

Il momento forse più importante della giornata però è stato durante la condivisione, ma senza che ne fosse collegato.

Ad un certo punto è suonato il campanello, si sono sentite delle voci e poi un lungo, straziante pianto. Un pianto che ancora mi rimbomba nelle orecchie a distanza di 24h da quando lo ho sentito. Un pianto che appartiene al nuovo arrivato, L., un dolcissimo bimbo peruviano di cui oggi ho avuto la fortuna di poter ammirare il sorriso, senza mai vederlo triste. Eppure quel pianto ancora lo sento, e penso di poterlo interpretare, è il pianto di chi viene tolto dal proprio contesto, dalle proprie certezze, anche se dannose e insane; è il piante di chi ha intrapreso la strada verso un futuro più luminoso, ma che ancora non sa riconoscere come tale. È il pianto che parla di ingiustizia, coraggio, fede e speranza.

Alla fine della condivisione spaghettata con il sugo del padre ed infine piccola partita a carte, prima di crollare a letto, avendo ormai imparato ad “apprezzare” i letti peruviani e la ninna nanna dei cuicui.

Silvia

Día 21 – Fiesta de Torres

È domenica. Mi sveglio intorpidita dal sabato sera peruviano. Sento Xavier Rudd in lontananza dalle casse di chi sta lavorando in cortile. Mi rotolo un po’ nel sacco a pelo senza la voglia di alzarmi, ho voglia di stare ancora un po’ al caldo, sono agitata per il pomeriggio.

Mi alzo con il corpo ancora addormentato ma la mente accesa, rubo tre panini dalla cucina e faccio un caffè. Oggi è il grande giorno, oggi c’è lo spettacolo a Torres.

Tempo un quarto d’ora però e vengo rapita: la piccola H. sta mattina ha deciso che vuole stare solo con me. Era una delle mie sirenitas in stanza al Campamento, quindi sono contenta di poter stare di nuovo con lei, mi fa capire che sono riuscita a comunicarle qualcosa in questi giorni. Questo mitico corso di fitness mattutino si compone di 4 serie di sollevamento a braccia alterne, acchiapparello e nascondino, ma soprattutto da solletico e risate che fanno bene agli addominali. Per calmarci un po’ iniziamo a leggere un libro, più grande di H., ma in tempo zero si tramuta in una tenda sotto cui nascondersi e dirsi segreti.

Ci spostiamo nel patio grass e termino la mia ginnastica mattutina aiutando a ridipingere dettagli e parti alte delle scale. Ovviamente H. continua a tallonarmi e a chiedermi se ho finito perché vuole tornare a giocare con me, la sua “bebita”, come dice lei.

Quasi mi scordo che bisogna uscire e mangio in cucina, di corsa e in piedi, cercando di fare mente locale sui materiali da portare, sento che dimenticherò qualcosa.

Usciamo. Siamo uno spettacolo particolare: 10 italiani con magliette arancioni e scatoloni, cartelloni, palloni e buste di cibo che cammina verso la panamericana.

Eccoci a Torres. In un baleno sono trascinata dalle prime bimbe a chiamare le altre, bussando per le case e invitando ogni genitore a raggiungerci alle 15 per la festa. Torniamo di corsa verso il comedor e vedo l’allestimento, sono stati bravissimi. Cartelloni ad addobbare, panche pronte ad accogliere il pubblico e i pupi già disposti per iniziare. Aspettiamo i grandi e iniziamo a provare le loro parti, la maggior parte ha vergogna, alcuni cercano di convincerci per non parlare, ma noi non molliamo. Saranno bravissimi.

Senza più stupirci dei tempi peruviani iniziamo con 45 minuti di ritardo, i bimbi stavano friggendo, ma appena arrivate Judith e Mary si calmano e prestano attenzione a chi parla.

La nostra presentatrice Marta spiega al pubblico il nostro percorso di EmocionArte e iniziamo a presentare le attività svolte in questo mese. V., 11 anni, qualche minuto prima di iniziare mi chiede se può avere una parte anche lei, ci prepariamo in fretta ed è proprio lei a dare il via alle presentazioni. Presentiamo l’albero delle emozioni, il taboo, musicolores, la scatola del cuore, le bambole e finiamo con i niños che leggono i loro pensierini sul nostro lavoro qui. È gratificante e sono grata. Applausi.

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Ci trasferiamo nella nostra casita per mangiare e ballare un pochino, ma ovviamente sono tutti in attesa dei giochi in canchita. Corriamo in canchita e ci roteiamo fra bans, foto e corse. Sorrisi e abbracci caldi non si negano a nessuno.

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Due mamme mi fermano. Ci ringraziano per il lavoro svolto, sono orgogliose dei loro figli e contente di noi, tanto che riceviamo un invito a pranzo per martedì. Torniamo verso casa a piedi: i mototaxi come al solito ci hanno dimenticato. Cammino leggera, sono fiera e felice, appagata e piena. Tutta l’ansia si sta sciogliendo passo a passo.

A cena J.M. mi tiene un posto, vuole che mi sieda a fianco a lui. Passa la cena a farmi indovinelli in spagnolo, ma forse è più il tempo che spende a farmeli capire, però gli piace così, siamo leggeri e ridiamo.

Vado a dormire distrutta dopo una partita di briscola nord vs. sud. Sono orgogliosa della giornata di oggi, le preoccupazioni volate via lasciano solo spazio alla gioia.

 

Beni

 

Día 20 – Italia-Perù

Il giorno dopo il Campamento la sveglia è posticipata alle 8.30 per essere poi tutti pronti per la consueta preghiera del mattino delle ore 9.00.

“Guai a voi…”

Dopo una lauta colazione a base di marmellata (chimica) alle fragole si proseguono i lavori iniziati prima del Campamento…scartavetrare le ringhiere, e ripitturare il muro principale del patio gras.

Il capomastro Giulia dirige i lavori secondo una diligente opera di divisione organizzata dei campiti.

Simone e  Antonio addetti all’imbiancamento del muro alla sinistra, padre l’Agustino insieme a Noemi, Silvia, Marta ( e forse qualcun’altro che faceva finta) relegati allo scartavetramento della ringhiera e alla tinteggiatura plurima di quest’ultima.

Date le valenti doti nell’arte del disegno la capomastro Giulia si diletta nel progettare e disegnare due fantastiche mongolfiere con dentro una rosa e un tulipano.

Ma detta così sembrerebbe che sia filato tutto secondo i piani…ma non e proprio andata proprio così:

Del nervosismo da cartellino amarillo ha pervaso l’aria del cantiere con il capomastro che sembrava aver perso il controllo dei suoi operai ma poi il buonsenso e i tempi stretti hanno unito i nostri intenti e la nostra squadra cosicché “il vaso e stato portato in salvo”.

Si è giunti all’ora di pranzo passato con i bambini del CAEF tra scherzi e risate e la solita allegria che pervade il comedor nei momento dei pasti.

Dopodiché Tonino (Antonio) sparisce dalla circolazione rifugiandosi nell’ufficio principale della direttrice…

Nel frattempo vengono a farci visita alcuni ragazzi del collegio Gesuita di Trujillo. Li abbiamo accolti nel comedor e abbiamo ascoltato le loro parole inerenti al progetto che svolgono una volta al mese qui al CAEF con i bambini. Alcuni di noi sono rimasti piacevolmente colpiti dall’operato e dall’entusiasmo di questi ragazzi nei confronti del progetto in particolar modo la loro voglia di mettersi al servizio dei “nostri” bambini in ottica di un loro percorso di fede.

Il piacevole clima di condivisione viene però interrotto dal boato “hhhhhiiiiggguuaaaiinnn” , e qui si scopre dove era finito Antonio…….Juve-fiorentina 2-1.

Per fortuna una risata sopprime questo momento poco consono.

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Terminato l’incontro arriva il momento che tutti noi aspettavamo: PERÙ – ITALIA, una trasferta dura su un campo ostico contro i nostri ospiti del collegio Gesuita.

Sul combi gli sguardi tra i volontari italiani e quelli peruviani si accendono di una sana competizione calcistica e gli umori sono contrastanti…l’aria e tesa.

Fischio d’inizio ora 16.00

Formazione italiana:

-Giuseppe Marletta trai pali detto il Dino Zoff della squadra

-Simone Biffi perno centrale della difesa

-Marco Castagna ala sinistra con compiti prettamente difensivi

-Jacopo Zocchi ala destra di sfondamento

-Antonio Miniagio punta centrale, il bomber

Radiocronaca della partita:

I primi 20 minuti di Gioco vedono la formazione peruviana in totale controllo del match con il risultato di 4-2 per i ragazzi Gesuiti nonostante il giuoco prettamente “veneziano” della formazione di casa.

Ma poi la tripletta del nostro bomber dà fiducia alla squadra italiana che con uno slancio pazzesco si porta in vantaggio: 4-6

Dopo timide scorribande della formazione peruviana il catenaccio- contropiede italiano ha la meglio sull’individualismo sudamericano. Da qui in poi e un monologo della formazione italiana che travolge, annienta e distrugge gli avversari con una serie di gol spettacolari e recuperi difensivi al limite del fallo. Finisce con una carambolesco 6-14 e tutti a casa.

Pagelle

Cciuse: 6,5 dopo una prima mezzora caratterizzata da errori grossolani che sfiduciano i compagni (i rimproveri del bomber si fanno sentire) sfodera grandi parate alla Dino Zoff che permettono alla squadra di sentirsi sicura anche nel passargli la palla. EFFICACE

Simone Biffi “rastaman”: 8 e la colonna portante della squadra da lui iniziano e ripartono tutte le azioni. Inibisce letteralmente l’attaccante peruviano con grinta e cattiveria agonistica. Efficace anche sotto porta, 4 gol per lui. Da notare l’intervento in semirovesciata in area per recuperare un pallone che altrimenti sarebbe stato facile preda dell’attaccante. UNA DIGA

Marco Castagna “Trog”: 7.5. Non sbaglia mai un posizionamento in campo e si fa trovare sempre al momento giusto nel posto giusto. Assistman della squadra con il suo tocco velato. Grande spinta sulla fascia sinistra. Da sottolineare il suo unico gol. Uno splendido tiro dai “40” metri di mezzo collo esterno che si insacca al sette, nulla da fare per il portiere.  IL GEOMETRA

Jacopo Zocchi: 7. Corre, corre e si sbatte sulla fascia destra per tutta la partita, sembra avere un polmone in più. La sua fisicità cela almeno in parte le sue carenze tecniche nonostante la sua doppietta di pregevole fattura. GENEROSO

Antonio Miniagio “bomber Higuain”: 8 all’inizio del match parte in sordine, vani i suoi tentativi di piegare le mani del portiere avversario. Ma dopo lo scivolone sul 4-2 prende in mano la squadra con una tripletta che devasta l’animo peruviano e che riporta l’Italia sulle ali dell’entusiasmo. Conclude la sua partita con ben 7 Gol e assist al bacio per i suoi compagni. MATADOR

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Conclusa la partita con la consueta foto di rito si torna a casa stanchi e contenti. Il CAEF però è semivuoto perché molti volontari hanno sfruttato il pomeriggio libero per le ultime compere o visite nelle località caratteristiche peruviane. Parte dei volontari sono usciti a cena e parte sono rimasti al CAEF tra cui noi due (SIMONE e ANTONIO) a mangiare una zuppetta che non rende onore alle fatiche dei vincitori. La serata si è svolta come la cena, chi e rimasto a “casa” e chi e uscito per un ultimo pisco a Trujillo. Tra film ed origami anche quest’ultimo fantastico e ricco sabato di campo e finito.

VAMOS ADELANTE ITALIA!!!

Antonio e Simone

CAMPAMENTO

Día 1

Hola, mi chiamo Riccardo ho 23 anni, anche se ancora per poco, e sono qui per la seconda volta anche se non so esattamente perché.

Il CAEF stamattina si sveglia in modo diverso: non è la solita risma di faccine assonnate che sfila ordinatamente dalle camerette per andare a lavarsi i denti, a sistemare la divisa scolastica e a fare la prima colazione. Oggi la mattinata si riempie subito di clamori e eccitazione, di facce sorridenti e piene di aspettative perché oggi è un giorno speciale: oggi si parte per il Campamento.

Per chi non lo sapesse, il Campamento è la cosa più prossima ad una vacanza in un resort a Ibiza che i bambini del CAEF (e di Torres per alcuni fortunati) sperimenteranno durante la loro giovinezza: esso consiste in 3 giorni e 2 notti passate in un campus, affittato per il periodo a un prezzo di favore, provvisto di camerate per bimbi e volontari, campetto da calcio, parchetto giochi, piscina, salone da pranzo e cucina.

Dalla fondazione del CAEF il Campamento si fa tutti gli anni nel mese di Agosto, appositamente per dare l’opportunità ai volontari italiani di trascorrere l’esperienza con loro e di organizzare dei giochi a tema, diversi di anno in anno, da fare insieme per regalare esperienze sempre nuove e uniche.

Il tema di quest’anno mi è molto caro: il filo conduttore dei giochi e delle scenette sarà nientemeno che l’Odissea, il celebre racconto del ritorno di Ulisse alla amata Itaca tra mille peripezie e avversità, una storia ricca di spunti da cui trarre ispirazione per giochi di squadra e scenette. Mi sembra ieri che mio papà sollevava le coperte del lettone e faceva finta di essere Polifemo con me e mio fratello che scappavamo aggrappati ai cuscini.

Organizzare il Campamento è una grossa responsabilità: lo so con cognizione di causa, dal momento che io fui tra gli organizzatori dell’anno precedente, e non dimenticherò mai la fatica, le notti a progettare e immaginare, e la complicità. Quest’anno la responsabilità è caduta nelle mani dei volontari Silvia, Simone e Marta, che si sono messi all’ opera da subito senza sosta per organizzare tutto sin nei minimi particolari.

Unica nota amara della mattinata per me è vedere quanto pochi siano i bambini che partecipano dalla sede di Torres: non sono nemmeno una decina, una frazione minima di quelli che vedo abitualmente quando mi reco a prestare servizio lì, e mi rammarica il pensiero delle tante facce mancanti. A consolarmi però c’ è M., un bimbo di appena 3-4 anni che va al Campamento per la prima volta in vita sua; ad accompagnarlo c’è la nonna, una signora anziana di poche parole e gentile, lo sguardo profondo e a volte come perso nello scrutare tra quei bimbi per lei così fortunati. Dopo aver aiutato a caricare i bagagli sul pullman corro per sedermi di fianco a lui per il viaggio: del bambino introverso e timoroso dell’anno scorso è rimasta solo l’ombra: ora ha un sorriso da orecchio a orecchio e non smette di parlare (seppure incomprensibilmente). “Tu eres feliz M.?” gli chiedo, e lui annuisce così vistosamente che mi preoccupo non possa cadere in avanti. Ciononostante il piccoletto dopo 10 minuti crolla come un sasso, e io ne approfitto per imparare a memoria la mia parte delle scenette: dovrò interpretare il dio dei venti Eolo, e nonostante le battute siano poche e brevi ci metto tutto il viaggio a farle entrare in testa.

All’arrivo il pullman si rianima e bambini e volontari invadono la struttura. Mentre alcuni volontari intrattengono i bimbi con balli e attività di gruppo, altri iniziano a pulire le camere o a cucinare il pranzo.

I bambini vengono distribuiti in camerate da 5-6 con cui dormono in più due volontari per assicurarsi che tutto vada per il verso giusto; per quanto mi riguarda, non mi sono stati assegnati bambini e dormirò in una grossa camerata di soli educatori.

Dopo aver sbaraccato e pranzato, finalmente è il momento della prima scenetta e dei primi giochi: Ulisse (un Simone da premio Oscar) si presenta ai bambini e li invita a prendere parte alla sua avventura ammettendoli nel suo equipaggio, creando così le 4 squadre che si affronteranno per il premio finale: ci sono i Marineros (marinai), le Vigias (vedette), i Timoneles (timonieri) e i Remadores (rematori) nei quali finisco anche io, insieme a M. e altri bimbi ed educatori. Ciascuna squadra prima di iniziare si crea un vessillo e, soprattutto, un urlo di battaglia; sono stato particolarmente soddisfatto della mia squadra per quello.

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Il giorno è però breve, e c’è tempo per una sola scenetta: il feroce e affamato Polifemo (Alessandro Noli) sbrana senza pietà un marinaio inerme (Alessandro Natali), sollevandosi di tanto in tanto l’occhio per poter leggere la parte, e viene accecato con un rotolo di cartoncino da Ulisse e dai capisquadra.

La scena è un tripudio di applausi e risate, e i giochi partono subito dopo: dal rubare pecore di cartoncino dalle basi avversarie ai lati del campo opposti a gare a tempo su percorsi a ostacoli, che vengono affrontate con entusiasmo e urla di incoraggiamento dalle varie squadre. Tutti giocano, anche i piccoli possono partecipare e divertirsi.

La giornata si conclude con attività di gioco libero, la messa ed e una cena abbondante per sfamare la ciurma di Ulisse.

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Le camere, dopo aver lavato i denti, si riuniscono ad ascoltare brani della Odissea riscritta per bambini, letta in spagnolo da Kikki, e ancora per qualche decina di minuti i bimbi si immergono nuovamente nel capolavoro di Omero, caricandosi per il giorno a venire, ma cominciando definitivamente a farsi cullare tra le braccia di Morfeo.

Il primo giorno è andato benissimo. Sono stato felice per i bimbi e colpito dalla bravura degli organizzatori, che dopo la buonanotte sono subito tornati al lavoro, e non sto nella pelle per sapere cosa mi aspetta domani quando sarà il mio turno di apparire in una scenetta.

Come sempre il campamento è una delle parti migliori del mese in Perù. Rivivere per la seconda volta tutto questo mi ha riempito di gioia, e ho infatti continuamente rotto le scatole agli organizzatori con la mia presenza perché semplicemente non riuscivo a gestire la curiosità su quali fossero i giochi, le attività e le scenette. Ritornare bambini, entusiasmarsi, meravigliarsi è qualcosa di inevitabile, e una delle cose importanti che speravo di ritrovare in questa esperienza.

Ma ora si è fatto tardi, e domani sarà un giorno pienissimo. E l’equipaggio deve essere riposato, me compreso. Buonanotte a tutta la ciurma. Io vado sottocoperta.

Riccardo

Día 2

La mattina a Katilandia è nebbiosa. Dalla terrazza delle stanze del secondo piano le nuvole basse coprono la vista delle imponenti rocce preandine, lasciandone appena interavedere il profilo. Alle 7.30 la casa è già in fermento, i bambini aspettano di uscire per cominciare il risveglio muscolare. Mi vesto velocemente e dopo neanche cinque minuti che avevo aperto gli occhi sto in giardino correndo seguito dai bambini che ripetono i miei movimenti. Dopo un pò di riscaldamento e gli ormai classici “piegamenti spartani” (step alternato a piegamenti sulle braccia), lascio i bambini esausti alla nostra esperta di yoga, Elena, che esegue con loro il famosissimo saluto al sole: CIAO SOLEEEEE! Manco a farlo apposta la nebbia si dirada e il sole comincia ad apparire tra le nuvole grigiastre, il tempo di fare colazione e Katilandia è illuminata da una tiepida luce mattutina.

L’Odissea va avanti con le scenette dei volontari Italiani tra le risate dei bambini e ancora di più dello staff degli educatori peruviani. La mattina si riempie di giochi che vedono trionfare senza pietà la squadra dei remadores capitanata da Trog. A ora di pranzo la classifica parla chiaro, i blu sono arrivati primi a tutti i giochi arrivando al primo posto e distanziando ampiamente tutte le altre squadre. Ma il Campamento non è finito e può ancora riservare molte sorprese.

Dopo pranzo tocca a noi italiani giocare. Vanessa fa sedere i bambini intorno a noi che saranno il nostro pubblico e inizia la guerra de sexos. Hombres contra mujeres. Sono cinque giochi chi ne vince di più avrà il diritto di punire l’altra squadra.

I maschi partono subito forte al gioco del futbol soplado ma quando la vittoria sembra ormai vicina una brutta performance di Antonio condanna la squadra alla sconfitta. Il secondo gioco consiste nel portare il maggior numero di possibile di carte da una parte all’altra del giardino utilizando solo la bocca in un tempo di due minuti. La carta non va tenuta tra i denti ma va alzata dal tavolino succhiandola con le labbra. Vittoria schiacciante delle donne. Mancano tre giochi e gia’ perdiamo 2 a 0.

Il terzo gioco consiste in una serie di domande sul Perù e sul CAEF, non possiamo perdere. Una domanda che era uscita l’altranno era il primo nome di Judith, la directora del CAEF. Riuniamo la squadra prima del gioco ricordando loro che se dovessero rifare quella domanda la risposta esatta è “Teresa”. Inizia il gioco e fin dall’inizio le donne ci danno filo da torcere. Quando è il turno di Antonio. Vanessa fa la domanda: “Qual’è il primo nome della direttora del CAEF?”. BINGO! Antonio inizia a correre battendo sul tempo Noemi e prenotandosi per rispondere. Noi già esultiamo avendo previsto la domanda e sapendo di avere la vittoria in tasca. Antonio risponde: “Judith!”. Tra le fila degli uomini piomba il silenzio. Incredibile, è riuscito a dare la risposta sbagliata. Nonostante l’errore sembrasse averci condannato alla sconfitta gli altri uomini riescondo a portare a casa un paio di risposte esatte che ci permettono di iniziare la rimonta. 2 a 1 per le donne.

Il quarto gioco è una gara di velocità e riflessi. Un uomo e una donna sono uno di fronte all’altro con un tavolino tra di loro. Mari conta le carte da un mazzo scoprendone una per una. Quando il numero detto da Mari corrisponde al valore della carta girata, il primo a mettere la mano sulla carta ottiene un punto per la sua squadra nonché il diritto di spiaccicare un uovo sulla testa dell’avversario. Non c’è storia e riusciamo ad agguantare il pareggio riservandomi pure il piacere di rompere un uovo in testa a Marilisa. 2 a 2.

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Per lo spareggio ogni squadra elegge un campione. Le ragazze mandano avanti Kikki e noi scegliamo Trog. Il gioco è lo stesso di prima ma questa volta le uova sono due. La tensione si taglia col coltello e cresce ad ogni carta girata da Mari. Passano alcuni secondi ed è il momento di mettere la mano. Kikki non fa neanche in tempo a rendersene conto che Trog ha già portato a casa la vittoria. 3 a 2. Vittoria degli uomini e donne buttate prepotentemente in piscina come penitenza.

Il pomeriggio si conclude con il bagno in piscina, le docce e il proeseguimento dell’Odissea che vede i remadores sempre più vicini alla vittoria. Uscendo dalla stanza mi fermo un secondo a vedere le montagne illuminate dalla luce del tramonto. Se ne vedono almeno sei file con altezza crescente, ogni fila illuminata con un colore diverso. La loro forma appuntita le fa sembrare disegnate e il loro colore alla rossa luce del sole le fa sembrare riempite con pastelli a cera. Spesso, travolti dalle attività con i bambini, non ci rendiamo conto del posto in cui ci troviamo e ci sorprendiamo dopo che in tutta la giornata non ci siamo accorti dello spettacolo che ci stava circondando.

Durante la cena esco con Trog, Chiara e Simone per preparare la fogada notturna. Sistemiamo le pietre e la legna per fare il fuoco e posizioniamo i fuochi di artificio mentre ripassiamo lo spettacolo che tra meno di un ora dovremo eseguire. Arrivato il momento accendiamo il fuoco e i bambini vengono fatti sedere vicino ai volontari, intorno ad esso. Parte la música: “Kustino Oro” di Goran Bregovic e molti ormai capiscono che è arrivato il momento dei Bulgari! Eseguendo passi di danza scoordinatssimi entriamo in scena io, Trog e Simone iniziando a compiere acrobazie no-sense e numeri da circo riusciti male. Nonostante lo avessimo preparato veramente in poco tempo, lo spettacolo riesce. Mentre facciamo i buffoni davanti al fuoco sentiamo le chiare risate dei bambini e soprattutto dello staff peruviano, che ancora una volta sembra divertirsi piu’ dei piccolini. Dopo venti minuti di pagliacciate Simone inizia il numero di giocoleria con le palline luminose ipnotizzando il pubblico, e dietro di lui inizia lo spettacolo pirotecnico. I bambini ammirano a bocca aperta i fuochi di artificio esplodere nel cielo. Probabilmente per molti di loro è la prima volta che vedono una cosa del genere. Alla conclusione facciamo un inchino e dal pubblico iniziano a gridare: “Otra vez!, Otra vez!” Significa che lo spettacolo è riuscito.

Tranquilizziamo il pubblico e iniziamo un momento di preghiera intorno al fuoco per ringraziare il Signore per il tempo passato insieme. Nel silenzio rotto solo dallo scricchiolio della legna, uno ad uno i bambini prendono parola dando vita ad un commovente momento di preghiera. Anche io ringrazio il Signore, per questi sei anni e per questo “compromiso” che ha cambiato la mia vita. La giornata va lentamente morendo sulle note di Hallheluja di Jeff Buckley suonata e cantata da un Trog senza voce. I bambini stanchi si addormentano appoggiati ai volontari, li prendiamo in braccio e li portiamo a letto.

Un’altra giornata a Katilandia si è conclusa e il mio sesto Campamento sta finendo portando con se la fine del mio sesto campo. Stanco e sereno mi metto pure io a dormire con la testa vuota e il cuore pieno. Domani ricomincia il lavoro.

Jacopo (che ha 25 anni, è di Roma ed è il 6 anno che parte di fila)

Día 3

Hola! A scrivere è di nuovo Elena (Torino, 28 anni, quarta volta al Caef, bla bla).

Uno dei momenti più belli ed intensi del campo è, per me, il Campamento, tre giorni di giochi e competizione a squadre dove tra italiani e bambini si respira una complicità speciale fatta di incoraggiamenti, di pacche sulle spalle, di sonori “cinque”, dovuta alla sana competizione dei giochi e al cameratismo di squadra.

In questi tre giorni mi sono amalgamata ulteriormente coi bambini vivendo con loro ogni momento: pasti, giochi, docce e lavaggio denti e anche la buonanotte e il risveglio: il desiderio di dormire con loro (e non in una stanza di sole italiane) è stato esaudito e nella camera delle Chiquititas muy bonitas (il nome di battaglia dato da me e Marilisa) dormivano L. e K. sorelline di Torres e E., L., D. del Caef. Quelle da controllare eravamo io e Mari, due volontarie casinare ed eccitate dalla vacanza, mentre le bambine erano bravissime: a letto quando si doveva e niente caos al mattino. Una pacchia!

Condividere la stanza permette di scoprire aspetti più familiari: K. che nella notte sveglia la sorella maggiore perché l’accompagni in bagno, D. e L. che al mattino si sdraiano nello stesso letto a ridacchiare a bassa voce facendo braccialetti, l’inaspettato vezzo di una goccia di profumo e della crema sulle mani.

Alla suddivisione in squadre io sono stata assegnata al valoroso gruppo dei Remadores capeggiati da Marco e formato da Tiziana, Riccardo, Noemi, Kiara (volontaria peruviana), e tra i bambini da J.M., R., K., J. E., L., M., D.

Fin da subito abbiamo impressionato gli avversari con la nostra “barra” (l’inno), urlata con foga in assetto di guerra: “Remadores? UH! Remadores? UH! Remadores? UH! Remamos, remamos y nunca nos paramos!!!!

L’ultimo giorno del campamento è iniziato con la colazione a base di latte aromatizzato ai chiodi di garofano e di “Feliz cumpleaños” cantato a Riccardo per i suoi 24 anni.

Dopo colazione denti, spazzolate di capelli e trecce, e poi tutti nel patio per la scenetta di apertura della giornata: uno dei Proci, padre Agostino, che insiste con Penelope-Benedetta, addobbata con abito bianco paillettato abbinato a Birkenstock (lo stile in Perù è un must), per sposarla. “Vale” (“Va bene”), risponde lei senza farsi pregare troppo scatenando le nostre risate. Povero Ulisse-Simone!

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E via con la gara: caccia al tesoro con giochi a stand. Se il giorno prima i Remadores avevano sbaragliato gli avversari ottenendo un punteggio strepitoso il giorno finale è stata un po’ una debacle. Siamo stati un disastro, italiani compresi! Ma non abbiamo mai perso il gusto del gioco!!

Ci ha salvato J.E., otto anni (e anche meno secondo noi), sorriso a denti disordinati, che, contro ogni pronostico, ha centrato il bersaglio del tiro con l’arco (mezzo rosso mezzo giallo a dire la verità), e per soli tre punti di stacco dai rossi-Timoneles i blu-Remadores vinconoooooo!!!!!

E via a pranzo con le caramelle della pignatta nelle tasche!

Judith pronuncia un bellissimo ringraziamento ad Alessandro, il mitico dentista che ha curato bimbi e grandi della campiña e di Torres conquistando l’affetto e la fiducia delle persone che escono di casa per salutarlo. I bambini lo ringraziano per essersi occupato dei loro dentini ed esprimono il desiderio che torni.

Dopo pranzo c’è il solito momento febbrile della preparazione degli zaini e del riordino e pulizia delle stanze. Maschietti e volontari uomini montano le cose sui pullmini e via sulla strada verso casa. Dal sedile dove sono seduta sola mi godo il vociare dei bambini seduti in fondo al bus, ancora eccitati da questi tre giorni di giochi, di fuochi d’artificio, di risate, di libertà, e con questo sottofondo mi addormento.

Mi risveglio poco prima di arrivare a Torres e guardando fuori dal finestrino penso alla probabile difficoltà dei bambini di tornare a casa, in un posto pieno di terra, avvolto da un odore pesante dove anche l’erba è grigia ed è fatta di spine; dove i bambini devono crescere in fretta e a dieci anni sono già quasi adulti dividendosi tra i giochi nel campetto e il pranzo da preparare per i fratelli più piccoli.

M., la mascotte del campamento, scende profondamente addormentato, in braccio a Simone; si sveglia e muove due passi barcollanti prima di mettersi a piangere; la signora Lucia, nonna di M. e L., venuta con noi per accompagnare i nipotini, ci ringrazia. Chissà cosa pensava mentre, silenziosa e schiva, ci guardava mentre giocavamo come pazzi coi bambini e tra di noi.

A., ragazzone di 11 anni, si dirige verso casa e mentre il bus si allontana si volta e risponde da lontano con la mano al mio saluto.

Torniamo a casa. In un Caef tornato alla normalità risuonano le voci dei bambini che continuano a ripetere gli inni delle squadre.

Mi porterò a casa, l’altra casa, quella in Italia, tanti piccoli ricordi di questi tre giorni stancanti, ma meravigliosi: il canto della “barra” della nostra squadra, la sveglia mattutina della mia stanza, i fuochi d’artificio, le risate durante le scenette, i bambini sulle giostre…

Grazie Perù per avermi chiamata di nuovo, ti appartengo.

 

Elena

 

 

Día 16 – Mille passi

Sono Alessandro e sono il vecchietto di questo gruppo di esploratori.

Uno, cento, mille passi il motivo di una danza… ciò che per due settimane ha, dapprima cancellato per poi riscrivere la mia vita reale.

Un mantra, scandito dall’incedere dei passi che quotidianamente univano la mia casa di Tuty alla posta (il pronto soccorso ove svolgevo la mia attività). È stato come riprendere a camminare… dapprima i passi erano incerti, la paura di cadere tanta per poi divenire, col passare del tempo sempre più sicuri

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Un tempo per pensare, ed uno per assaporare ciò che gli occhi avevano visto.

Un tempo per ascoltarsi, di ascoltare, di vedere ma anche di tuffarsi in questo specchio.

Un tempo per capire, per calibrare il ritmo della propria vita sul diapason vibrante della propria anima; ognuno di noi penso necessiti di scoprire quale dono sia per gli altri e quale scopo la propria vita abbia. È fondamentale comprendere con l’incedere degli anni quale sia la strada per ritrovare la libertà… che si aveva solo qualche anno prima…quella leggerezza nel non porsi il problema di essere fino in fondo se stessi…quel non porsi dei filtri alla visione della realtà. Già…libertà che andrebbe sempre difesa per noi stessi e per chi non si può opporre.

Questi bambini le loro storie anche di sofferenza rappresentano un’antologia della speranza, di cui da oggi mi sento di far parte.

Mille passi e poi ancora altri mille e ancora più, spero di avere la forza e la costanza di percorrere nella mia vita per riscoprirmi ogni volta una persona un po’ più umana…lo devo a me stesso!!! Ci hanno raccontato e fatto credere che sia l’obiettivo raggiunto che ci rende persone felici e contente… ma, man mano che i passi aumentavano e l’esperienza sgretolava le mie certezze questa verità è venuta meno e mi ha permesso di assaporare la possibilità che una vita piena non è il frutto di un mero conseguimento di tappe ma un disegno più ampio fatto di percorsi ognuno diversi che ci rende più uomini.

Lo sguardo, un tocco, una semplice parola da parte di chiunque, se si è in ascolto, può rendere la propria vita più interessante, più ricca, più gustosa.

Per questo vorrei ringraziare uno ad uno ogni singola persona, sguardo incontrato per dire la più semplice delle parole…grazie.

Alessandro

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PS: Quest’articolo di Alessandro racconta la sua esperienza di 15 giorni qui al CAEF con noi, non racconta solo il día 19 ma tutte le giornate che lui ha passato qui. Gli altri volontari durante il giorno hanno continuato le attività al CAEF e a Torres e ultimato il necessario per il Campamento.

Día 15 – Habia una vez…

Ore 6.15: piedini scalzi che corrono giù dal letto e fruscio dei sacchi a pelo. Per il secondo agosto di seguito mi sveglio prestissimo in questa casetta in Perù e assaporo ancora questa ora di riposo prima dell’inizio ufficiale della giornata.

Io sono Benedetta (anche se qui mi conoscono di più come Beni) e per il secondo anno di seguito vinco in premio di volontaria più giovane del campo!

Si iniziano le danze fra tazze, caffè solubile, mate de coca e panini, da riempire dividendosi orgogliosamente fra team avocado e team marmellata. Finita la solita colazione a tempo di musica i gruppi di lavoro si immergono operativi in un fitto lunedì.

Oggi continuano anche i lavori artistici: le pareti di un bianco sbiadito e gradini di colori spenti si tramutano magicamente in rosso acceso e in azzurri vibranti. Si progettano nuovi murales, sia per lasciare una traccia visibile di questo nostro campo, sia per rendere le mura vive come lo è l’interno della casa.

Al CAEF ci si è dedicati all’Oceania grazie all’aiuto del pesciolino Nemo che ha portato il gruppo dei piccoli in un tour dei suoi bei fondali. Il gruppo grandi invece ha passato il pomeriggio a vedere The Giver con il nostro nuovissimo proiettore.

Io anche quest’anno faccio servizio in Campiña e a Torres De San Borjas, luogo che mi ha rapito il cuore e la mente. Stiamo concludendo il percorso EmocionArte e quindi stiamo tirando i fili del nostro lavoro, così da poter essere pronti per lo spettacolo finale… a proposito, domenica 21 siete tutti invitati alla nostra festa! La nostra mattina quindi ci sballotta fra la preparazione di cartelloni, bambole e materiali vari per la settimana. Approdiamo già un po’ stanchi a un pranzo rumoroso fra italiano e spagnolo che si intrecciano e forchette che racimolano anche l’ultimo chicco di riso.

Dopo pranzo il nostro gruppo si mette le gambe in spalla e percorre il chilometro che ci separa dalla escuelita nel centro della Campiña. Io sono in attesa trepidante: è la mia prima volta qui (tranquilla ma’ ho preso giusto un po’ di febbre ma ora sto un fiore). Arriviamo in piazzetta e vediamo già un groviglio di bimbe che ci aspetta e ci corre incontro, donando abbracci e baci a tutti. Attraversiamo il comedor e arriviamo nella nostra escuelita, che bellezza! Banchetti rossi circondati da pareti rosa, abbiamo addirittura una lavagna e i più piccini hanno dei tavolini a loro misura per lavorare… tutto questo mi fa sentire a mio agio. A Torino sto studiando Scienze della Formazione Primaria, quindi in questo luogo la mia deformazione professionale viene totalmente tirata fuori.

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Come ci aspettavamo solo tre bimbi su venti hanno portato i compiti e quindi ci dedichiamo tutti insieme ad un’attività un po’ speciale. Abbiamo fatto vedere il quadro di Chagall “Sopra la città”, chiedendo ad ogni bimbo di inventare e scrivere una storia sui due personaggi. Ci hanno raccontato di innamorati che nei sogni si incontrano e volano intorno al mondo, di desideri esauditi da maghi per vedere la neve in spiagge lontane o di lavoratori nelle nuvole che costruiscono case dall’alto. Provate quindi ad immaginare tutte le storie più strane che vi possano venire in mente su questo quadro, ecco, le loro sono molto più particolari e ambientate in paesi lontani, però tutte si concludevano nella stessa maniera: fueron felizes para siempre.

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Un’ora passa in un baleno e quasi senza accorgercene siamo in canchita a giocare e a cantare, perdendo la voce per far ridere questi bambini. Loro non sono ancora abituati a lavorare con noi, hanno un’energia tutta nuova e una voglia di sfruttare a pieno ogni momento che dedichiamo loro. Concludiamo il pomeriggio con una gara di salto in lungo, è incredibile come un gioco improvvisato alla buona con una corda che segna il limite del salto possa rapire così tanto. Infatti dopo aver salutato i piccoli mi fa sorridere il cuore vedere tre sorelline che tornano a casa con la mamma e si fermano ogni due passi perché uno è un lungo salto a piè pari.

Torniamo a casa godendoci il tramonto in Campiña e i picarones (meraviglioso dolce peruviano che consiste in olio fritto e miele di fico) che ci aspettano insieme agli abbracci dei nostri bimbi di casa.

Ogni giorno qui mi ricorda sempre più perché sono tornata e come mai questo luogo mi abbia così rapita. Qui si parla direttamente alle emozioni che si sentono attraverso la pancia, il Perù infatti mi ha insegnato proprio questo, ad amare con la pancia.

B

PS: ci è giunta voce dall’Italia che in Perù c’è stato un terremoto, se è vero qui non si è sentito quindi genitori vari state sereni!

Días 13 y 14 – Visite

Buongiorno o buonasera, dipende da che parte del globo ci state leggendo 😀

Io sono Marta, ho 23 anni e sono sarda. Questa è la mia prima esperienza di servizio qui al CAEF ma mi sento già di poterla chiamare casa.

Il risveglio, sabato mattina, è stato un risveglio un po’ malinconico: oggi la nostra volontaria Sofia deve ripartire e finire così la sua esperienza di volontariato prima di noi a causa del lavoro. Nonostante ciò, la giornata procede scandita dall’ormai solita routine: sette e mezzo sveglia, momento di preghiera e colazione tutti insieme.

Successivamente ci si divide per le attività: c’è chi rimane a lavorare al CAEF e chi, come me, esce di casa per raggiungere Torres.

Dopo circa 15 minuti di sballottamenti in mototaxi giungiamo finalmente alla meta. I bambini ci accolgono correndo verso di noi con un sorrisone stampato in faccia e noi non potremmo essere più felici di essere arrivati in quel luogo tanto misero, ma pieno di speranza. Dopo un primo momento però, ci accorgiamo che la porta della stanzetta dove usualmente lavoriamo non è chiusa come dovrebbe essere, ma spalancata. Entriamo, e con grande stupore, troviamo tutti i giochi per terra e i bambini intenti a giocare in un gran disordine: la porta era stata forzata. Le nostre attività cominciano quindi con un leggero ritardo: riordinare 1000 e passa pezzi di puzzle non è un’impresa rapida. Il volontario Marco fa capire ai bambini che nessuno più deve entrare se non siam presenti noi italiani o gli educatori del CAEF, la questione si chiude velocemente e torniamo tutti con il sorriso.

Ci dividiamo in due gruppi: uno dei grandi e uno dei piccoli e si cominciano le attività che si erano preparate in precedenza e si lavora per circa due orette. Alle undici finalmente, per la gioia dei bambini, si va a giocare tutti insieme alla ‘canchita’, un vecchio campetto di calcio dove grandi e piccoli si possono scatenare grazie anche ai divertentissimi giochi proposti dai volontari più fantasiosi. A mezzogiorno, stremati ma soddisfatti, si ritorna a casa/CAEF per il pranzo.

Successivamente, si ha qualche oretta libera prima di uscire tutti insieme a Trujillo, per cenare con Sofia che verso le dieci di notte sarebbe dovuta ripartire.

In quelle orette libere io, Giuseppe e Noemi visitiamo il sito archeologico ‘Huaca della Luna’, un antico templio risalente al 150 d.c circa costruito dalla civiltà Moche (una civiltà pre-Inca). Come anticipato, la sera ci si veste, ci si trucca e ci si dirige in taxi verso un ristornante super chic dove ci abbuffiamo di deliziosa carne grigliata.

Arriva purtroppo anche il momento di salutare la nostra simpaticissima Sofia che ci mancherà veramente tantissimo e le auguriamo un buon viaggio di ritorno alla fredda Berlino. Ciao Sofi ❤

Domenica è il giorno di riposo, la sveglia è libera e ognuno può decidere da se cosa fare durante il giorno. Io, Giuseppe e Marzia abbiamo deciso di svegliarci presto in ogni caso e cominciare ‘il pellegrinaggio’ verso Otzuco, una città molto caratteristica vicino alle Ande.

Dopo circa due orette di viaggio in pullman giungiamo nel luogo prestabilito. Ci ritroviamo circondati da odori, profumi, colori tipici di un paesino peruviano. Il mercato si estendeva per il tutto il perimetro del centro, nelle piccole vie che s’incrociavano tra di loro. L’unica attrazione rilevante è risultata essere la Iglesia della Virgen de la Puerta, la Madonna a cui sono devoti i cittadini del posto e non solo, essendo considerata la patrona del Nord del Perù. Infatti Otuzco, è considerata la capitale della fede e questo si può percepire dai numerosi mercatini religiosi e la quantità di fedeli che si affidano con candele benedette alla Madonna. Ma la cosa che più mi ha emozionata sono stati i lama vestiti a festa con i quali ci siamo divertiti a fare foto.

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Durante questa giornata libera gli altri volontari hanno visitato alcuni mercati del centro, pranzato fuori e giocato a calcio in Campiña. Ci siamo poi ritrovati alle 18:30 per la messa insieme ai bambini.

Marta

PS: Ci scusiamo per la lunga assenza ma siamo rimasti senza internet e la giornata di venerdì non verrà raccontata nel dettaglio, basti sapere che è stata una giornata tipica di servizio con le attività con i bambini del CAEF e della Campiña. Si è poi conclusa con la prima condivisione “lunga” dove ciascuno di noi ha raccontato come si sente a questo punto del campo, per un totale di 5 ore, ci siamo poi premiati con una bella spaghettata di mezzanotte con l’ottimo sugo preparato da Agostino. (Checco)

Día 11

Ciao, sono Marilisa, ho 21 e sono una studentessa di Cagliari. Questo è il mio secondo anno qui in Perù e il secondo in cui presto servizio al CAEF.

L’idea di tornare nella casa di Tuty è nata già nelle ultime settimane di campo dell’anno scorso ed è rimasta viva ogni giorno della mia vita quotidiana, alimentata dal sentimento di pienezza del mese vissuto qui e dalla condivisione dagli eventi organizzati nelle nostre città, sempre con il pensiero del futuro che possiamo dare ai nostri bambini e alla voglia di coinvolgere in questo progetto tutti voi che siete presenti nella mia e nelle nostre vite.

Il motivo per cui sono tornata l’ho capito durante lo spettacolo dei talenti, preparato con tanta dedizione dai bambini per darci la bienvenida. I progressi in ognuno di loro sono stati subito evidenti, la maggiore disinvoltura e la coordinazione dei piccoli nei balletti e la sicurezza dei grandi nel recitare intere scene e poesie che mi hanno divertita e emozionata, mi hanno fatto capire di essere qui per vederli crescere.

La presenza di noi italiani permette ai bambini di vivere un mese molto diverso dal resto dell’anno, un mese tanto atteso da loro e dalle educatrici che lavorano qui ogni giorno cercando di dare la stessa attenzione ai ognuno dei 18 bambini della casa. Permette anche di vivere giornate diverse, come quella di oggi, dove ognuno di noi volontari del CAEF ha avuto l’incarico di controllare 2 o più bambini in una gita alla laguna.

Ogni volta in cui saliamo su un pullman per portarli in gita o al campamento, contemplo le loro facce, vedo nei loro occhi la curiosità per tutto ciò che li circonda e la gioia di poter vivere una giornata al di fuori della casa, dove vivono tutto il loro tempo oltre quello a scuola.

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Arrivati alla laguna, un parco con un lago, tanti animali e giochi per bambini adatti a tutte le età, ognuno ha scelto il gioco che voleva fare e ci siamo divisi. Io e i miei tre moschettieri J. R. e A. abbiamo scelto il sandboarding, abbiamo preso le tavole e scalato con fatica le montagne di sabbia insieme a un bel gruppo di ninos e volontari.

Riempite le tavole di cera, abbiamo iniziato le discese sulla sabbia facendo qualche gara. Nei loro volti ho visto la fatica ad ogni risalita sotto il sole ma l’entusiasmo di arrivare per rifarlo ancora e sfruttare a pieno il regalo di questa giornata.

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Dopo il pranzo al sacco tutti insieme, le finanze (grazie a tutti i donatori) ci hanno permesso di fargli scegliere un altro gioco. Abbiamo scelto il pedalò, e le loro facce entusiaste ci hanno ancora una volta riempito di gioia. La loro meraviglia era dovuta sia a quello che li circondava sia alla sensazione del muoversi in acqua, tanto che pensavano che l’isoletta al centro della laguna si stesse muovendo. Finiti i giochi, si sono tutti buttati in acqua dove si aiutavano a vicenda a nuotare e nel mentre noi “profe” italiani e le educatrici siamo discesi appesi una fune mentre i bambini ci guardavano divertiti e ci salutavano dall’acqua.

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Altra attrattiva del parco sono stati gli Alpaca, due alpaca bianchi ma sporchi che non gradivano particolarmente le nostre attenzioni ma ci siamo divertiti ad osservarli e attirarli per scattare delle foto con loro. La giornata alla laguna termina con una partita a calcio e, come ogni momento di festa qui in Perù, con un bicchiere di inka cola e coca cola.

Siamo tornati al CAEF, tutti stanchi e entusiasti per la giornata vissuta, prima di andare a dormire, alcuni di noi guardano la tv con i bambini, incantati davanti alla ginnastica artistica delle olimpiadi di Rio. Uno dei momenti più belli da passare con i bambini, che ci usano come cuscini e si addormentano lentamente.

Ma la giornata per noi volontari non è ancora finita, dopo la cena, per il mio gruppo di pulizie, il gruppo cerume, è il turno bagni. Ci troviamo a condividere l’avventura di “Alessandro e il sacco nero”, un sacco della spazzatura che sembra un transformer che sta per prendere vita composto da più buste della cucina e del bagno. Non entrerò nei dettagli, ma è uno di quei momenti che nell’ilarità generale mista alla disperazione dei diretti interessati, unisce il gruppo e lo fa andare al letto con il sorriso.

Marilisa

P.S. Saluto i miei genitori e Nico che non sto riuscendo a sentire per mancanza di tempo libero e tutti i miei amici che sanno di avere un mio pensiero a fine giornata. In particolare un abbraccio dai bimbi del CAEF alla dottoressa Claudiacampoli, al cocinero de Moche Amath e a Marti, perché quando ho visto la tua foto del 2005 sul murales mi sono commossa.

Día 10 – Una giornata “ordinaria” di Perùùù

Ciao sono Marzia, sono di Palermo ma vivo a Bologna, dove studio per diventare assistente sociale; faccio parte da qualche anno della LMS e quello di quest’anno è il mio primo campo in Perùùù.
La nostra giornata si apre con la preghiera del mattino, il tema di oggi è la misericordia e il perdono: qualcuno rilegge il versetto del salmo che più lo ha colpito o in cui più si rispecchia, Agostino propone delle riflessioni e delle domande che ci accompagneranno fino alla condivisione di stasera.
Oggi mi sono misteriosamente svegliata mezz’ora prima che suonasse la sveglia, sono abbastanza lucida per godere di questo momento: ascolto, rifletto, guardo i miei compagni di avventura, sento il piacere di iniziare la giornata così.
La colazione è uno dei momenti che più adoro delle nostre giornate: quasi tutti ancora in pigiama, giriamo intorno alla grande isola della cucina, ci diamo il buongiorno, qualcuno taglia l’avocado da spalmare sul pane, scherziamo e ci rimproveriamo a vicenda per l’abuso di marmellata; risuona la sigla di Baywatch dalla ricchissima playlist di Jacopo, si sta proprio bene.
Passati pochi minuti dalla colazione qualcuno è già in attività; i primi ad uscire sono Kikki e Ale Noli, il nostro mitico dentista, alla volta dell’ambulatorio che sta in Campiña, dove oggi visiterà gratuitamente alcune persone della comunità, mentre altri volontari si dirigono al Mayorista, uno dei mercati di Trujillo.

Per noi gruppo di volontari che fa servizio fuori dalla Casa di Tuty, negli altri progetti del Caef, la giornata si apre con una riunione di pianificazione delle attività: ognuno propone qualcosa, cerchiamo di ascoltarci e di trovare insieme il modo per meglio coinvolgere i bambini nel nostro laboratorio “EmocionArte”; finita la riunione alcuni preparano il materiale per le attività e alcuni vanno ad assistere negli altri lavori.

Vado un po’ a disturbare chi sta facendo l’inventario delle donazioni, li trovo superproduttivi, e anche un po’ disperati, tra pacchi di pannolini e pantaloncini dalle taglie dubbie; nel patio grass, sotto un bel sole caldo, alcuni dei nostri valorosi uomini(e Noemi!) stanno lavorando i bancali, per costruire dei nuovi divani.
La giornata è carica di lavoro, la stanchezza dei giorni precedenti inizia a farsi sentire; risuona costante “Hai visto dov’è … ?”, “Puoi dire a … di venire qui?”, vedere come ci cerchiamo a vicenda mi fa pensare al nostro avere bisogno l’uno dell’altro, per dividerci il lavoro e perché stiamo davvero diventando una squadra, in cui il contributo di ognuno è prezioso.
“Te estaba buscando”, è la frase che più di tutte mi rimane di questa giornata; mi è stata detto da una bambina, quando mi è arrivata accanto per mettermi un braccialetto che ha fatto, tale e quale a quello che mi ha legato al polso ieri e che, purtroppo, ha avuto vita breve.

Oggi il pranzo è un po’ un delirio, tra i bambini che, tornati da scuola, si siedono a tavola e gasatissimi chiedono a qualcuno di noi “quieres sentiarte conmigo?”, e noi volontari che facciamo impazzire i malcapitati di noi incaricati di servire a tavola, per le varie esigenze alimentari (“meno riso!!!!” è la richiesta più frequente).
Ad un certo punto Judith richiede il silenzio e l’attenzione dei bambini, per annunciargli che domani non andranno a scuola, per vivere insieme una giornata fuori dal comune…ma questa è un’altra storia, niente anticipazioni!
Mezz’oretta dopo il pranzo per alcuni di noi è già ora di ricominciare: oggi andremo al comedor (la mensa popolare) della Campiña, dove da poco tempo vi è un nuovo progetto del Caef avviato da Edu e Carlota, due ragazzi spagnoli che sono stati volontari al Caef nei mesi scorsi: pomeriggi di rinforzo scolastico e gioco organizzato, per tutto il nostro gruppo, nuove leve e vecchie glorie, è un’esperienza nuova.
Per i miei ben noti problemi di mobilità(per un motivo o per un altro sono perennemente zoppicante) sono spesso tra gli ultimi quando si cammina in gruppo e pian piano sto imparando a godere del panorama: con passo spedito per la strada della Campiña,  camminiamo sotto il sole del primo pomeriggio, più o meno compatti, scambiandoci perplessità e aspettative, carichi e curiosi, andando a conoscere un nuovo posto, delle nuove persone.
Arrivati al comedor ci accoglie una ragazza che sta preparando un dulche de leche con arachidi, che ci offre; è un bel gesto, un breve momento di condivisione…ed è buonissimo!
Al piano di sopra vi è la sala dove si svolge il doposcuola, una camera con tanti banchetti, pastelli, giochi e dei lavoretti appesi alle pareti colorate.
A poco a poco arrivano i bambini, ci guardano incuriositi, qualcuno entra timidamente, altri sorridenti ci salutano e si avviano di sopra, dove prendono posto pronti per la leciòn di oggi; contro ogni aspettativa nessuno dei bambini ha portato i compiti per casa, dunque…dobbiamo inventarci qualcosa!
Marco, il volontario più ”anziano” nel nostro gruppo, prende in mano la situazione, improvvisando un gioco di presentazione di noi “profesores”: in pochi minuti iniziamo a costruire un clima di intesa con i bambini.
Mentre gli altri propongono ai bambini più grandi giochi e gare di matematica, conduco dall’altra parte della sala le quattro marmocchiette di 3/5 anni, per fare qualche attività più adatta alla loro età e permettere che i giochi per i più grandi si svolgano senza troppe interferenze.
Gli occhi della piccola G, appena entrata, mi hanno subito colpita, insieme alla risposta all’occhiolino, che le ho fatto per assicurarmi il suo silenzio, appena mi sono accorta che mi ha vista sgranocchiare un pezzo di dulce, passatomi sotto banco da un altro volontario durante la presentazione di noi profesores; dopo un pomeriggio con questa monellina ricorderò sempre che i bambini all’apparenza più teneri sono quelli che racchiudono la più grande “forza distruttrice”.
Le mie proposte di attività spaziano dal “disegnamo il nostro cane”, dalla quale vengono inspiegabilmente fuori disegni di pupazzi di neve(…), alla trasposizione in spagnolo, discretamente riuscita, dei giochi che da bambina facevo con mia nonna; comunque è un attimo che ci ritroviamo tutte a lustrare il pavimento con la pancia!
In queste ore ho tanto riflettuto su cosa offre il lavorare con bambini così piccoli: affinamento della capacità di problem solving, messa alla prova della pazienza, più serena convivenza con l’ansia che si facciano male…ma anche l’imparare ad accettare che non tutto può andare secondo i piani, e l’importanza dell’esserci, dello stare insieme.
L’ultima mezz’ora di gioco si svolge nella canchita, il campetto del quartiere; per le quattro piccoline è difficile seguire il gioco con i più grandi, ci dilettiamo dunque a correre per il campetto urlacchiando, ridendo e dandoci tanti abbracci: avere quattro bambine arrampicate addosso e una delle posizioni più scomode che si possano provare, ma dà anche una gioia genuina e, per me, nuova.
Finiti i giochi, arrivate le mamme e salutati gli ultimi anche noi ci mettiamo sulla strada del ritorno: adesso c’è il sole calante, la nostra andatura è più rilassata, ci muoviamo cercando, inconsciamente, di armonizzare il nostro ritmo a quello degli altri; ripercorriamo i momenti trascorsi, ridiamo, ci prendiamo in giro.
Dopo una decina minuti di cammino in campina inizio a vedere in lontananza un edificio giallo con due bandiere, quella peruviana e quella italiana, che sventolano: è la Casa di Tuty, stiamo arrivando a casa.
Un saluto a chi ci aspetta sui gradini fuori, Judith che da conforto a qualcuno di noi che avuto qualche picccolo battibecco con i bambini, le facce distrutte di chi ancora è lì a lavorare con i bancali.
Dopo una “caldissima” doccia, ancora una breve passeggiata in campina: adesso c’è il tramonto, il vento è fresco, camminiamo sgranocchiando un Chocosoda, una bambina su un carro si diverte a fare le giravolte; si iniziano a vedere le stelle, guardo alla mia giornata e mi sento leggera e felice.
Rientrata in casa c’è la cena, tocca a me servire a tavola, cercando di ascoltare le esigenze di ognuno; siamo circa una decina per tavolo, tra grandi e piccoli; ci rilassiamo, chiaccherando e mangiando riso, verza e patate dolci.
Dopo cena i servizi di pulizia, e poi la condivisione, uno dei pochi momenti riservati a noi come gruppo di volontari; in tanti parliamo dei momenti che più ci hanno colpito nella nostra giornata, di ciò che ci ha emozionato.
Finita la condivisione inizia la, da qualcuno nominata, “riunione di condominio”, lo spazio in cui iniziamo a prefigurare la giornata successiva e ripercorrere quella vissuta, discutendo anche delle eventuali criticità incontrate nella vita insieme, in quanto la convivenza in 26, 50 circa con bambini ed educatrici, non è sempre così semplice!
Stasera i miei ultimi pensieri vanno a voi che leggerete: questa esperienza sta prendendo il mio cuore e i miei pensieri, ma ciò non toglie che parte del mio cuore e dei miei pensieri siano sempre verso l’Italia, dove si trovano le persone che più amo e anche le tante persone che contribuendo a sostenere la Cdp e il Caef, mi hanno indirettamente permesso di far parte di qualcosa di così bello e così importante.
Spero che con le mie numerose parole e, il più possibile dettagliate, descrizioni, vi abbia trasmesso tutta la gioia, l’affetto e l’impegno che si respirano qui, facendovi un po’ viaggiare con il pensiero e vivere un’”ordinaria” giornata in Perùùù

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